Un divorzio telefonico in sei minuti e mezzo. Tanto è durata l’intervista che Donald Trump ha rilasciato ieri al Corriere della Sera. Dichiarazioni che hanno sancito una frattura con Giorgia Meloni, uno degli ultimi leader a lui alleati in Europa.
«Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, ma mi sbagliavo. È lei che è inaccettabile, è molto diversa da quello che pensavo» ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, senza ricevere una risposta ufficiale da Palazzo Chigi.
E oggi, a Fox News, è tornato alla carica: «Meloni è stata negativa. Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto. Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto».
Tra il rumore di Trump e il silenzio di Meloni: l’Europa è più lontana
Che una spaccatura tra le parti fosse nell’aria si era intuito da tempo. La premier italiana ha evitato per mesi di esporsi apertamente sulle strategie trumpiane in ambito militare, nonostante le sollecitazioni. Prudenza, imbarazzo o disaccordo: una linea attendista che oggi appare più leggibile.
Il casus belli è stata la presa di posizione di Meloni nella polemica tra il leader repubblicano e Papa Leone XIV: «Le parole di Trump? Sono state inaccettabili. Esprimo la mia solidarietà al Papa». Da lì, la reazione dell’ex presidente, che ha scelto l’esposizione diretta e lo scontro.

Al rumore trumpiano si contrappone il silenzio meloniano. Nessuna replica ufficiale, solo ricostruzioni filtrate attraverso i media. Da Palazzo Chigi non trapela sorpresa: la reazione era attesa, anche se non in questi toni.
In realtà, la posizione italiana era già stata chiarita poche ore prima, al Vinitaly: «Essere alleati non significa che non ci siano delle linee rosse, di sicuro non significa essere vassalli o sudditi». Una frase che, riletta oggi, suona come una presa di distanza preventiva.
Un isolamento crescente
Lo scontro si inserisce in un quadro più ampio di raffreddamento dei rapporti tra Donald Trump e i leader europei. Non solo quelli apertamente critici, ma anche figure politicamente affini. È il riflesso di un approccio sempre più esterno all’equilibrio euro-atlantico. Trump si muove come un attore autonomo, spesso in rottura con le logiche multilaterali che guidano i governi europei.
A pesare è anche il ridimensionamento dei suoi riferimenti nel continente. La sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria ha indebolito uno dei principali punti di appoggio politici, lasciando Meloni tra gli ultimi interlocutori rilevanti. Uno scenario che rende lo strappo ancora più significativo.
Il metodo Trump
Può sorprendere il metodo utilizzato per attaccare, ma in realtà è ormai consolidato. Come ricostruito da Il Fatto Quotidiano, negli ultimi mesi Trump privilegia il contatto diretto con i giornalisti, spesso attraverso telefonate che si trasformano in interviste immediate e ad alto impatto.
Dall’inizio della crisi con l’Iran, sono state decine le interviste telefoniche rilasciate dal Tycoon. Una modalità che aggira i canali diplomatici tradizionali e punta sulla rapidità e sulla forza del messaggio.

È lo stesso schema che caratterizza la sua comunicazione sui social, a partire da Truth: dichiarazioni rapide, polarizzanti, difficili da mediare. L’obiettivo non è costruire consenso graduale, ma imporre il tema del giorno. E così è successo anche in Italia, con chi fino a poche ore fa sembrava essere uno dei suoi ultimi alleati.