Perché le elezioni in un Paese che ha quasi meno abitanti della Lombardia (circa 9 milioni) sono importanti per l’Unione Europea? Perché sono un peso importante sulla bilancia della stabilità europea. Viktor Orbán, premier dal 2010, ha fatto dell’Ungheria il freno a mano dell’UE, sempre tirato sul diritto di veto. Proprio mentre occorre l’anniversario del Paese con l’Unione: 23 anni fa Budapest ha detto di sì con l’83,76% dei voti a favore.
L’importanza di Budapest
Le elezioni di Budapest, come le vicine di Parigi, sono importanti per la salute dell’Europa. Se Orbán si conferma e a Parigi Le Pen sfonda, il progetto europeo prende un colpo da cui potrebbe non riprendersi. Se invece l’opposizione ungherese riesce nell’impresa, cambia qualcosa di concreto: l’Ungheria smette di essere il Paese che paralizza l’Unione, che trasforma l’appartenenza all’Europa in una finzione. Ma il quadro ha un terzo attore che non va sottovalutato: nella loro versione trumpiana, gli Stati Uniti tifano per Orbán, lo usano come manuale per smontare la democrazia dall’interno. L’Ungheria orbaniana è il modello con cui l’America di Trump vuole ridisegnare l’Europa: non un’unione, ma un mosaico di staterelli “sovrani”, ciascuno isolato, ciascuno controllabile.
Il potere di Orbán
In sedici anni ininterrotti al potere Orbán ha mosso molte carte che rendono queste

elezioni molto difficili per il suo avversario Péter Magyar. Si tratta di una sfida che è lungi dall’essere destra contro sinistra: il partito di opposizione Tisza è di centrodestra, quello di Orbán Fidesz di destra. La politica Ungherese propende per una posizione verso la destra più che moderata, ma la mobilitazione è comunque forte per rimuovere dal potere l’uomo che ha reso l’Ungheria una democrazia illiberale (definizione del premier stesso). Viktor Orbán è mosso per molti da una vera e propria fascinazione per il potere, da un’ambizione smisurata, come ha detto l’autore di una biografia sul premier Pál Dániel Rényi.
La democrazia illiberale
Per assicurarsi tale potere Orbán ha smantellato i contropoteri dello Stato già nel 2010. Ha aggiogato la magistratura ponendo prima delle soglie sulla pensione molto basse per eliminare i giudici della vecchia generazione, non controllabili, poi depotenziando il Consiglio Giudiziario Nazionale, simile al nostro Csm, rendendolo di fatto solo consultivo. Così ha iniziato a creare la sua democrazia illiberale, per poi mettere le mani sui media di informazione: i canali televisivi sono controllati dal Governo, mentre si spende una fortuna in manifesti e video sui social media per convincere gli ungheresi a temere sabotaggi, furti o persino un attacco militare da parte dell’Ucraina. Orbán ha infatti trovato in Zelensky e nell’Ucraina il capro espiatorio sul quale dirottare il malcontento degli elettori, additandoli come un nemico da temere.
Tuttavia anche in caso di vittoria di Magyar ci sono grandi timori. Orbán potrebbe far annullare le elezioni, non accettando il risultato. Oppure esiste lo scenario in cui Tisza vince con la maggioranza semplice, ma non riesce a governare. Orbán ha riempito le istituzioni di fedelissimi che potrebbero impegnarsi in una guerra di trincea, bloccando anche il piano di bilancio: se questo non viene approvato entro un anno si ricorrerà a nuove elezioni.
Ma questo si vedrà. Ora la palla è in mano agli ungheresi che si stanno recando alle urne con un’affluenza è da record: 66% alle 15.
