Un bonus da duecentomila euro per gli inquilini delle case popolari di proprietà del Comune che hanno acquistato elettrodomestici o arredi a basso impatto ambientale, ausili per la disabilità, o ancora realizzato piccoli interventi di riqualificazione nell’alloggio in cui vivono. È quanto prevedono due misure approvate dalla giunta comunale nella seduta del 29 giugno scorso.
La prima misura copre metà della spesa sostenuta dagli inquilini per dotare la propria casa di:
- elettrodomestici e arredi a basso consumo energetico o basso impatto ambientale (dai mobili da cucina ai sanitari del bagno)
- ausili per chi ha disabilità o difficoltà motorie.
Il contributo va da un minimo di 250 a un massimo di 2mila euro «per gli inquilini che abbiano rinunciato all’uso del gas o appartenenti alle fasce di protezione e di accesso in sede di cambio di alloggio disposto d’ufficio»; per le altre categorie il tetto scende a 1.500 euro.
La seconda misura riguarda invece chi ha eseguito, con l’autorizzazione del gestore, interventi più ampi su sicurezza, risparmio energetico e accessibilità dell’immobile: anche in questo caso il rimborso copre il 50% della spesa; il tetto è fissato a 3mila euro.
Non è oro tutto ciò che luccica
Mentre il Comune mette sul piatto nuove risorse, la situazione delle case popolari resta critica. Aler Milano (che gestisce circa 35.000 alloggi nel capoluogo lombardo) ha annunciato un taglio dei fondi dedicati alla pulizia degli stabili, alla cura del verde e alle manutenzioni ordinarie. La decisione arriva dopo che, a dicembre, Regione Lombardia aveva stanziato all’azienda un contributo straordinario di 2,6 milioni di euro.

I conti sono in rosso: «Al 31/12/2025 – ha ammesso Aler Milano – l’Azienda registrava un saldo negativo di cassa pari a 27,6 milioni di euro. Sempre Aler aveva previsto nell’ultimo bimestre del 2025 entrate per 19,6 milioni di euro e uscite per 36,5 milioni». A marzo 2026 il saldo negativo ha raggiunto i 27,7 milioni.
Tra le principali cause della crisi, la consigliera regionale del Pd Carmela Rozza ha indicato un assetto societario inadeguato e una pressione fiscale che gli stessi documenti aziendali giudicano pesante: oltre un terzo degli incassi degli affitti finisce in tasse. A pesare anche i canoni in calo: 5 milioni in meno tra il 2021 e il 2024, complice l’impoverimento dell’utenza e una morosità stabile attorno al 30% del fatturato.