In un’epoca dominata da algoritmi predittivi e trasformazioni tecnologiche frenetiche, il dibattito sull’Intelligenza Artificiale oscilla spesso tra l’entusiasmo acritico e il timore del rimpiazzo. Ma cosa accadrebbe se smettessimo di guardare all’IA solo come a uno strumento tecnico e iniziassimo a considerarla una sfida antropologica?
In questa intervista, il Professor Giovanni Costa — Professore Emerito di Strategia d’impresa e Organizzazione aziendale presso l’Università di Padova — ci guida oltre la superficie delle narrazioni catastrofiste parlando di alcuni dei concetti chiave del suo libro “Provate voi a lavorare: il mondo del lavoro nell’era dell’IA”.
Professor Costa, nel suo libro lei afferma che l’impatto dell’IA sulla realtà non è un inedito, ma ha avuto significativi precedenti storici. Potrebbe spiegarci meglio quali analogie vede tra l’avvento dell’IA e, ad esempio, l’invenzione della stampa in termini di trasformazione del lavoro?
Prima ci fu l’invenzione della scrittura, una tappa ancora più importante nell’evoluzione umana. Solo successivamente intervenne l’invenzione della stampa che ha reso più efficiente e accessibile il ruolo della scrittura come modalità di conservazione, riproduzione e diffusione del pensiero e delle informazioni. Con l’IA si pone un altro tipo di scrittura: quella dei codici, un’attività riservata a pochi specialisti, non controllabile dalla maggior parte delle persone. La differenza con il lavoro degli amanuensi e dei tipografi supera qualsiasi analogia. Siamo entrati in un altro mondo.
In che modo il lavoro sta diventando “impopolare”?
Le parole sono pietre. Un esempio di pietra lanciata contro il lavoro viene addirittura da una pratica che vorrebbe essere di inclusione: work-life balance. Un’espressione che sottende che il lavoro non sia vita e la vita non sia lavoro. Le narrazioni sul lavoro sono per lo più negative e, purtroppo, spesso fondate. Non è semplice resistere a questi attacchi concentrici.
Pensa che nelle scuole italiane debbano essere introdotti dei corsi che insegnino alle prossime generazioni delle competenze per utilizzare l’IA?
Per il momento sono le giovani generazioni che potrebbero insegnare come utilizzare l’IA ai professori che non sanno più se stanno correggendo un elaborato di un alunno o di ChatGPT. Ai professori non resta più molto tempo per capire che con l’IA devono cambiare modalità di insegnamento e di verifica dell’apprendimento, avendo ben presente che l’obiettivo della scuola resta quello di insegnare a usare il cervello, una competenza che non è soggetta a deteriorarsi al cambiare delle tecniche. Anzi più la si usa più si valorizza.
Lei critica le narrazioni “catastrofiste” e “tecno-ottimiste” definendole “semplificazioni pericolose”. Come possiamo evitarle?
Possiamo evitarle anzitutto sottoponendo a costante verifica le loro basi fattuali e sviluppando lo spirito critico.
“Per lavorare come macchine ci sono già le macchine. Il lavoro del futuro ha bisogno di persone”, cosa significa?
Nel libro distinguo tra lavoro prescritto e lavoro discrezionale. Quando un lavoro è prescrivibile è meglio farlo fare alle macchine. Farlo fare alle persone significa trasformarle in macchine. Significa rinunciare alle peculiarità degli umani in grado di fornire prestazioni ad alto impatto emotivo. Si investono centinaia di miliardi per tentare di emulare il pensiero umano, di costruire macchine in grado di «pensare come gli uomini» trascurando che abbiamo miliardi di uomini che già lo fanno.
Come possono i giovani essere “imprenditori delle proprie competenze” in questo scenario?
I giovani dovrebbero assumere una maggiore iniziativa nella formazione e nello sviluppo delle proprie competenze, e nel gestirle con uno spirito imprenditoriale. Il che implica investimenti nel proprio capitale professionale e assunzione dei relativi rischi. È il solo modo per il lavoratore di contrastare la trasformazione del lavoro in commodity e di evitare di essere relegato in un ruolo passivo e burocratico da una gerarchia incapace di rinnovarsi. Il lavoratore dovrebbe gestire il proprio portafoglio di competenze con lo spirito di uno startupper
Lei ha fatto una distinzione tra leader e follower. Quali sono le caratteristiche dell’uno e dell’altro nel mondo del lavoro?
La leadership è una componente molto importante di tutte le organizzazioni, profit o non profit che siano, ed è essenziale per il loro governo. Il potere nella storia non si è costruito una buona fama e studiosi di varie discipline hanno dato importanti contributi per farci capire come delimitarlo e legittimarlo. Per essere efficacemente esercitati, il potere e l’autorità devono basarsi su sistemi di regole ma anche essere riconosciuti dai follower.Il successo del leader nasce dalla sua capacità di attivare i follower: la velocità di un convoglio deriva da quella dell’unità più lenta e non dell’ammiraglia. La leadership dovrebbe essere esercitata tenendo sempre presente un postulato fondamentale della teoria dell’organizzazione: il potere deve essere abbastanza concentrato per dominare la complessità, ma non così concentrato da inibire e non valorizzare il contributo attivo di tutti i partecipanti.
Quali sono le “specificità umane” che l’IA non potrà replicare e che diventeranno centrali nel lavoro del futuro?
Ci sono cose che gli umani sanno fare meglio delle macchine che a loro volta ne sanno fare altre meglio degli umani. Allo stadio attuale delle conoscenze l’intelligenza artificiale non sembra attrezzata per sviluppare l’intenzionalità, l’intelligenza emotiva, l’intelligenza sociale (lavorare con gli altri e per gli altri), l’intelligenza introspettiva (il sé nel contesto). Questo è lo specifico umano da conservare. Anche se gli sviluppi degli «agenti IA» (software in grado di percepire il contesto e operare per raggiungere obiettivi specifici) promettono evoluzioni nella collaborazione uomo-macchina. Evoluzioni da monitorare con attenzione.
Nel suo libro, lei propone un’agenda articolata in tre punti, tra cui “metabolizzare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale evitando sia la demonizzazione che la supina acquiescenza al dominio delle big tech”. Quali criteri etici e sociali dovrebbero guidare questa metabolizzazione?
Sulla portata rivoluzionaria dell’IA non è necessario aggiungere altro. La sua metabolizzazione sarà un processo di apprendimento tanto più rapido quanto più si adotteranno criteri guidati da analisi fattuali e non da preconcetti positivi o negativi che siano. La tutela della centralità delle persone non può essere affidata alle big tech che stanno concentrando potere e risorse finanziarie in una misura che nega tale centralità.
Cosa ne pensa del fatto che le big tech usino degli archivi quotidiani per addestrare i loro algoritmi di machine learning?
È una questione complessa. La conoscenza diffusa ha difficoltà a convivere con il concetto di proprietà intellettuale. Nel libro lo spiego con una domanda paradossale: perché sviluppare le competenze dei giovani leggendo i quotidiani in classe è una pratica virtuosa al punto che gli editori regalano le copie alle scuole; e addestrare gli algoritmi con gli stessi quotidiani è una pratica disdicevole che gli editori, non senza ragione, vorrebbero fosse almeno pagata? In attesa della risposta, il lavoro dei giornali e dei giornalisti deve avere un riconoscimento economico adeguato pena la loro scomparsa. Una vera sciagura.
Il suo libro sottolinea che la vera sfida è imparare a domandarsi quali siano le condizioni affinché il lavoro continui a essere una dimensione di riconoscimento reciproco. In che modo l’IA può contribuire a questo riconoscimento, anziché ridurlo a un mero contratto di prestazione?
Il rapporto salariale basato sulla gerarchia non è il più idoneo a gestire il lavoro nell’epoca della conoscenza diffusa e dell’IA. Non è chiaro come l’IA possa contribuire al riconoscimento reciproco mentre è chiarissimo il suo contributo a mettere in crisi questo tipo di rapporto. Nel libro dedico un capitolo alla partecipazione dei lavoratori, un cantiere promettente di lavori ancora in corso.
Alla luce di quanto discusso, la vera opportunità dell’IA è quella di costringerci a riscoprire ciò che ci rende insostituibili? In definitiva, l’IA sarà il “sostituto” dei nostri compiti o lo “specchio” in cui ritroveremo la nostra dignità lavorativa?”
Il sostituto è il rischio, lo specchio è la possibilità.
“Provate voi a lavorare: il mondo del lavoro nell’era dell’IA” (Posteditori, 216 pagine, 22 euro), il libro del Professore Giovanni Costa sull’IA e il mondo del lavoro. Tocca i grandi snodi dell’attualità: dalla qualità del lavoro al ruolo delle competenze trasversali, dal rapporto fra autonomia e controllo alla distanza introdotta dal lavoro da remoto.
Nel cuore del libro c’è la trasformazione più radicale e al tempo stesso più fraintesa: quella legata all’intelligenza artificiale.
L’autore invita a superare le letture sia tranquillizzanti sia allarmistiche: non è la tecnologia a decidere per noi, ma il modo in cui la integriamo nelle imprese, nelle relazioni professionali e nella formazione del capitale umano. L’IA diventa così un banco di prova per rimettere davvero al centro la persona, con la sua capacità di giudizio, di discernimento e di intenzionalità. Non offre formule magiche, ma analisi e spunti di riflessione per non smarrire il senso del lavoro nel pieno della sua rivoluzione.