L’illusione del petrolio venezuelano: non è l’affare pensato da Trump

Non è tutto ora quello che luccica, specialmente se il suo colore è nero. Sin da quando il presidente americano Donald Trump ha messo gli occhi sul Venezuela non si è fatto altro che parlare della sua ricchezza di materie prime. La fascia petrolifera dell’Orinoco lo rende il Paese con le maggiori riserve di greggio al mondo, circa 300 miliardi di barili. Una quantità enorme che non può non fare gola a molti. Ma i problemi sono molti: dalla difficoltà di estrazione di un greggio extra-pesante, all’incertezze della stabilità del nuovo governo Rodriguez e una visione ancora antiquata dell’economia americana.

Un mondo sommerso dal petrolio

Come riporta il Guardian, il mondo è già sommerso dal petrolio, in gran parte estratto proprio negli Usa, con il fraking. I prezzi sono a un minimo dal 2021, quando il mondo si stava ancora rialzando dalla pandemia. I margini di guadagno sono così bassi che non è conveniente estrarre una maggiore quantità di greggio venezuelano. Secondo la società di consulenza Wood MacKenzie, il Brent, indicatore globale del prezzo del petrolio, dovrebbe essere intorno agli 80 dollari al barile per giustificare investimenti nel paese sudamericano.

Bacino petrolifero dell’Orinoco

Senza un grande impiego di capitali per ripristinare ed ampliare le infrastrutture venezuelane, la produzione non potrà aumentare di molto. L’estrazione difficilmente potrà superare gli 880mila barili al giorno, pari 1% della produzione mondiale. Il petrolio dell’Orinoco a differenza di quello estratto dal bacino Permiano del Texas, è molto più pesate. Si tratta di un petrolio molto denso e viscoso, simile al bitume, più difficile e costoso da estrarre e raffinare. Data l’elevata viscosità, l’unico modo per pomparlo è diluirlo con solventi chimici per fluidificarlo. Reuters ha descritto come la disponibilità di nafta/diluente sia cruciale per lavorare ed esportare i greggi pesanti, e come le restrizioni e le difficoltà di approvvigionamento abbiano inciso su volumi e regolarità produttiva.

L’instabilità venezuelana e la fine dipendenza americana dal petrolio

Come ha scritto Emily Meierding, dell’Institute for Regional and International Security presso la Naval Postgraduate School in California, «il petrolio greggio non è una risorsa facilmente o rapidamente saccheggiabile». Trump vorrebbe che le società energetiche americane investano miliardi di dollari in un Paese dove non c’è stabilità politica. Il governo di Delcy Rodriguez non ha la forza di dare garanzie alle aziende di stabilità e continuità nella propria azione. È probabilmente anche per questo motivo che l’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, ha detto a Trump che il Venezuela era, al momento, «non investibile».

L’economia americana, a differenza di quanto possa pensare il suo presidente, si è allontanata sempre più dalla sua dipendenza dal petrolio. Come scrive il Guardian, «gli Stati Uniti producono circa tre volte il PIL per unità di energia consumata rispetto all’inizio del secolo, poiché l’efficienza energetica dell’industria è aumentata e, soprattutto, la quota dell’industria nell’economia si è ridotta a causa della crescita esponenziale dell’importanza dei servizi». Per le compagnie americane il Venezuela attualmente è un inutile rischio, ed è più conveniente ed economico procurarsi in casa il petrolio di cui l’economia necessita.

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