Le 48 ore della FIGC: dimissioni per Gravina, Buffon e Gattuso. Il calcio italiano riparte da zero dopo la disfatta mondiale

Già da tempo una nuvolaglia scura copriva il cielo azzurro. Da circa vent’anni anni. E ora giunge il temporale. Il calcio italiano è sprofondato nel suo anno zero.

Non è soltanto il gelo di Zenica, dove l’Italia ha visto svanire il sogno del Mondiale 2026 sotto i colpi della Bosnia, a raccontare il fallimento. È il crollo simultaneo dei vertici istituzionali e tecnici avvenuto nelle ultime quarantotto ore a descrivere una capitolazione senza precedenti. In un battito di ciglia, la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) è stata decapitata. Gabriele Gravina si è dimesso dalla presidenza nel pomeriggio del 2 aprile, seguito a ruota dal capo delegazione Gianluigi Buffon, mentre, oggi, 3 aprile 2026, è arrivato l’addio ufficiale del commissario tecnico Gennaro Gattuso. Restano le macerie di un sistema che non ha saputo riformarsi e l’urgenza di una ricostruzione che non può più essere solo un riciclo del passato.

 La Caduta di Gravina

Il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, ha rassegnato le dimissioni il 2 aprile 2026, al termine di una riunione breve con le componenti federali. Non un evento inaspettato, quanto più il punto di rottura di una tensione che si accumulava da anni. Il presidente, che pure era stato rieletto nel 2025 con un plebiscitario 98,68% dei consensi, ha dovuto cedere di fronte a un assedio politico e mediatico insostenibile. Il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, era stato categorico poche ore avanti: «il calcio italiano va rifondato partendo dai vertici della FIGC», evocando i nomi di Giancarlo Abete e Carlo Tavecchio, ricordando come, in momenti di simile catastrofe sportiva, il sussulto di dignità delle dimissioni fosse stato l’unico atto possibile.

Gabriele Gravina dopo aver annunciato le sue dimissioni da presidente della Federcalcio

Gravina, uomo di lungo corso tra banchi di banca e cattedre universitarie, ha scelto la exit-strategy del passo indietro per evitare l’onta di un commissariamento governativo ormai imminente. Entrato nel consiglio della Lega Pro, di cui divenne presidente nel 2015, prima di scalare la vetta della FIGC nel 2018, succedendo al commissariamento di Roberto Fabbricini: sotto il suo mandato, l’Italia ha toccato il cielo di Wembley nel 2021, un trionfo che gli è valso il titolo di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Tuttavia, quel successo è diventato paradossalmente lo scudo dietro cui si sono celati i fallimenti successivi: la mancata qualificazione al Mondiale 2022 e l’umiliazione del 2026. Un operato apertamente sfiduciato dal vicepresidente del M5S Mario Turco e l’onorevole Mulè di Forza Italia, che hanno definito il sistema di potere intorno a lui come una coalizione arroccata nel difendere l’indifendibile

La Corsa al Trono

Il futuro della presidenza FIGC è ora affidato alle urne: la partita per la sua successione si giocherà il 22 giugno 2026, data fissata per le nuove elezioni. Al momento, il risiko delle candidature vede tre nomi in prima fila, ciascuno espressione di un diverso blocco di potere.

Giovanni Malagò

Il candidato più forte sulla carta: ex presidente del CONI, gode dell’appoggio della Lega Serie A, con Aurelio De Laurentiis tra i suoi più accesi sostenitori, ma necessita di una componente che ufficializzi la sua discesa in campo.

Giancarlo Abete

Già alla guida della FIGC tra il 2007 e il 2014, rappresenta l’approdo più sicuro, avendo in mano la rete capillare della Lega Nazionale Dilettanti (LND), il vero serbatoio di voti della Federazione: è visto come il traghettatore ideale per la sua profonda conoscenza della macchina burocratica.

Demetrio Albertini

Infine, rispunta il nome dell’ex metronomo del Milan. È la candidatura preferita dall’Associazione Italiana Calciatori (AIC) che vede in lui un profilo tecnico capace di dialogare con il campo.

Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due dei nomi più papabili per la successione a Gabriele Gravina

Il vincitore dovrà districarsi in un sistema elettivo complesso, basato su un totale di 516 voti ponderati. Un meccanismo di cui la Lega Nazionale Dilettanti resta l’ago della bilancia con il suo 34%, una quota che storicamente permette di blindare ogni elezione. La Serie A, pur rappresentando l’industria trainante del sistema, pesa oggi per il 18%, mentre alla Serie B spetta un più modesto 6%. La Lega Pro controlla il 12% dei voti, mentre le componenti tecniche hanno un peso specifico rilevante: i calciatori (AIC) detengono il 20% e gli allenatori (AIAC) il 10%.

Per essere eletti servono la metà più uno dei voti dei presenti accreditati. Se l’accordo non arriva entro i primi tre scrutini, si procede al ballottaggio tra i due profili più votati.

Il Congedo dei Campioni: Gianluigi Buffon

Insieme al potere politico, è caduto anche quello del campo. Gianluigi Buffon ha lasciato il ruolo di capo delegazione il 2 aprile, definendo il suo gesto un «atto di responsabilità». Come dichiara in un lungo messaggio sui social, avrebbe voluto dimettersi un minuto dopo la sconfitta contro la Bosnia ma gli era stato chiesto di attendere le decisioni di Gravina. «L’obiettivo principale era riportare l’Italia al Mondiale e non ci siamo riusciti», ha dichiarato l’ex portiere, voluto nel ruolo di capo delegazione nell’agosto 2023 proprio da Gravina, con l’ambizione di fungere da anello di congiunzione tra le diverse generazioni azzurre e di strutturare un progetto che legasse i settori giovanili alla Nazionale A.

Il Congedo dei Campioni: Rino Gattuso

Il 3 aprile è stato invece il turno di Gennaro Gattuso. Il tecnico ha risolto consensualmente il suo contratto dopo soli nove mesi di mandato e, se Gravina ha rappresentato la caduta politica e Buffon quella morale, Ringhio incarna il fallimento tecnico di un’emergenza che non si è trasformata in miracolo.  

L’ex commissario tecnico azzurro Gennaro Gattuso

Chiamato per gestire la crisi post-Spalletti, Gattuso non è riuscito a invertire la rotta tecnica di una Nazionale apparsa fragile, spaventata e priva di identità. I risultati sul campo sono stati spietati: dopo il primo 5-0 casalingo con l’Estonia, miglior esordio per un CT in azzurro, la sconfitta interna contro la Norvegia (4-1) e il faticoso successo contro la Moldavia avevano già mostrato le crepe di una squadra priva di una chiara identità tattica di cui, la notte di Zenica, culminata nel fallimento ai rigori contro la Bosnia, è stata la condanna definitiva.  Lascia con «il dolore nel cuore», conscio che la sua uscita servirà ad agevolare le scelte della nuova governance.

Per il futuro della panchina azzurra si parla già di clamorosi ritorni, con Roberto Mancini e Antonio Conte in pole position, mentre resta sullo sfondo la suggestione Pep Guardiola, in uscita dal Manchester City: un sogno che necessiterebbe, però, dell’intervento massiccio di sponsor privati.

Ma perché le cose non funzionano?

La diagnosi delle voci più autorevoli, prima tra tutte, quella del Ministro Abodi, è impietosa. Il calcio italiano è un porto franco che ha smesso di produrre talenti. Al primo aprile 2026, i dati dicono che appena il 2% dei minuti giocati in Serie A è concesso a calciatori Under 21. Mentre le squadre Primavera vincono titoli schierando formazioni composte quasi interamente da stranieri, il vivaio azzurro soffoca. Le infrastrutture, parallelamente, sono inadeguate con le società soggette a vincoli urbanistici e burocratici che impediscono investimenti seri. Mentre in Europa lo stadio è il centro nevralgico della vita economica di un club, in Italia è spesso un contenitore vuoto, simbolo di un immobilismo istituzionale che scoraggia gli investitori e riduce i margini economici necessari per competere ad alti livelli.

Andrea Abodi a colloquio con Gabriele Gravina
Il Dossier Baggio

In questo scenario, urla ancora il silenzio intorno al “Dossier Baggio“: nel 2011, in un piano di 900 pagine presentato per rifondare il sistema, il Divin Codino proponeva una riforma radicale dei settori giovanili, uno scouting capillare diviso in cento distretti e la creazione di centri federali territoriali per monitorare ogni talento. Un progetto rimasto lettera morta: Baggio si dimise nel 2013 poiché, da sue dichiarazioni, «non gli fu permesso di lavorare». Oggi quel dossier appare come il manifesto di un’occasione perduta, un monito su come l’immobilismo burocratico abbia preferito tutelare le poltrone piuttosto che il futuro del gioco.

Cosa accadrà ora?

La Federazione vivrà settimane di transizione sotto la gestione ordinaria, in attesa che i vari schieramenti trovino un candidato di consenso. La Nazionale, orfana di Gattuso e Buffon, dovrà affrontare un giugno di amichevoli con una guida ad interim o con un nuovo CT nominato in fretta, con il rischio di bruciare un altro nome illustre sull’altare dell’urgenza.

Il sipario cala su un’epoca di riforme incompiute e sogni infranti. Il 22 giugno l’Italia dovrà decidere se cambiare o restare a guardare gli altri giocare il Mondiale dalla panchina della storia. La sfida è aperta, ma il tempo delle spiegazioni è finito: ora servono i fatti.

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