La guerra dei dazi di Trump in tribunale: 166 miliardi da rimborsare a 330 mila importatori

Ennesima sconfitta di Donald Trump in materia di dazi doganali. Il 7 maggio la Court of International Trade, il Tribunale del Commercio degli Stati Uniti, ha dichiarato illegali le sanzioni del 10% che il tycoon aveva imposto lo scorso febbraio sulle importazioni globali. Ora l’amministrazione dovrà rimborsare 160 miliardi di dollari a oltre 300 mila importatori colpiti dalle tariffe introdotto. Le somme dovranno includere anche gli interessi, che maturano a un tasso stimato di circa 650 milioni di dollari al mese.

I due punti

La sentenza si aggiunge a quella della Corte Suprema, che a febbraio aveva abbattuto i dazi “su misura” emessi dal presidente il Liberation Day del 2025. Ma per capire la vicenda bisogna distinguere due procedimenti distinti. Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali i dazi introdotti nel 2025 con l’International Emergency Economic Powers Act del 1977. In particolare, aveva stabilito che la legge non conferiva a Trump il potere di imporre tariffe doganali e colpiva il cuore della strategia commerciale del tycoon. Già a febbraio, però, il governo statunitense aveva avviato procedimenti per imporre nuove tariffe permanenti su Cina, Messico, Unione Europea e alcuni Paesi del Sudest asiatico, probabilmente il prossimo fronte di scontro.

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Donald Trump regge la tabella con le nuove tariffe sulle importazioni

Pochi mesi dopo è arrivato il secondo smacco. Trump aveva imposto i dazi al 10%, facendo riferimento alla Sezione 122 del Trade Act del 1974 che consente al leader degli Stati Uniti di imporre dazi fino al 15% per 150 giorni. Ma solo in presenza di gravi deficit o di un rischio di svalutazione del dollaro. Secondo il Tribunale del Commercio, però, non ci sarebbe alcun deficit commerciale: nessuna esplosione dei costi del debito internazionale e nessuna perdita di accesso ai mercati finanziari. I dazi, quindi, erano nuovamente illegali.

Come funziona

La sentenza nasce dai ricorsi riuniti dallo Stato dell’Oregon. Ma l’amministrazione Trump ha subito risposto ritenendo che vincerà in appello, che non è ancora stato depositato formalmente. Le Dogane Usa hanno implementato il sistema Consolidated Administration and Processing of Entries, con cui possono presentare la richiesta di risarcimento sia le società degli Stati Uniti sia le imprese europee che hanno operato come importatori diretti o con intermediari accreditati. Non sono coinvolte però le famiglie americane che, come le imprese, sono state colpite dall’aumento dei costi causato dalla guerra commerciale di Trump. Dall’accettazione della richiesta all’erogazione dei rimborsi, come dichiarato dall’amministrazione doganale, potranno passare dai 60 ai 90 giorni. Inoltre, i pagamenti saranno effettuati in modo aggregato, includeranno gli interessi maturati e seguiranno i meccanismi di compensazione previsti dalla normativa americana. Se l’importatore dovesse avere debiti fiscali o doganali, questi gli verranno detratti dall’importo.

I numeri

Le cifre in gioco sono imponenti e il sistema commerciale degli Stati Uniti resta così in sospeso. I numeri parlano chiaro: 330 mila importatori in attesa di un rimborso che ammonta a 166 miliardi di dollari. I risarcimenti sono iniziati molto lentamente ad aprile, ma la questione si è complicata a causa del report sull’occupazione del mese scorso. Stando ai dati forniti, l’economia statunitense ha aggiunto 115 mila posti di lavoro e la disoccupazione è rimasta ferma al 4,3%. Un aspetto subito sottolineato da Trump a prova della solidità economica di Washington, ma che non cambia l’illegalità dei dazi al 10%.

A oggi il Tribunale ha accolto il ricorso di Basic Fun, azienda di giocattoli della Florida, e di Burlap & Barrel, rivenditore online di spezie con sede a New York. I co-fondatori di quest’ultima hanno sostenuto che la sentenza possa garantire che le aziende non siano colpite ingiustamente da restrizioni commerciali illegali. Nel frattempo, però, i dazi restano in vigore fino al 24 luglio che coloro che non facevano parte della causa. Restano in vigore quelli imposti ad acciaio, alluminio e beni cinesi.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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