C’è un predatore che si aggira per le strade di Bogotà e ha la cravatta rossa dei patrioti di Mar-a-Lago. Abelardo de la Espriella, detto «El Tigre», ha vinto il ballottaggio presidenziale in Colombia con uno scarto di 250 mila voti. Con il suo 49,66%, sconfigge così il progressista Iván Cepeda, che ha ottenuto il 48,7% dei voti.
Un Sud America di destra
Il successo della Tigre è il segno che un intero continente sta cambiando il proprio volto, ridipingendosi di un blu conservatore sempre più radicale. Argentina, Cile, Ecuador, El Salvador. E adesso la Colombia. La contrapposizione tra de la Espriella e Iván Cepeda non è stata semplicemente una disputa tra destra e sinistra. È stata uno scontro tra due diagnosi radicalmente diverse degli stessi problemi: violenza, narcotraffico, disuguaglianza e ambiente. Su ogni tema i due candidati hanno proposto soluzioni non solo diverse, ma strutturalmente opposte.
I due candidati
De la Espriella, avvocato e imprenditore senza alcuna esperienza politica pregressa, ha costruito la propria campagna su un modello già collaudato altrove, ovvero con toni militareschi, retorica antisistema e identificazione sullo stile di Donald Trump, Javier Milei e Nayib Bukele. Il suo partito, Difensori della Patria, ha capitalizzato la rabbia di un Paese sfiancato dal ritorno di sequestri ed estorsioni. Ha così proposto dieci megacarceri nella giungla ricalcate sul modello Bukele, fumigazioni aeree sulle colture di coca infischiandosene dell’ambiente e una scure del 40% sulla spesa pubblica in perfetto stile “motosega” di Javier Milei. Un ultraliberismo muscolare che piace ai mercati e ignora l’Amazzonia. Opposto invece il marxista Cepeda, che proponeva la “pace totale”. Al centro della sua campagna elettorale c’erano proprio le cause strutturali della violenza, come povertà, disuguaglianza, esclusione sociale. A cui si aggiungeva un modello economico redistributivo basato su una riforma agraria, l’aumento della tassazione sui redditi alti e lo smantellamento delle assicurazioni sanitarie private.

Lo spostamento
La vittoria del candidato di destra non è difficile da spiegare se si guarda al quadro generale. Negli ultimi anni la Colombia ha visto peggiorare quasi tutti gli indicatori di sicurezza. Più omicidi, più rapimenti e più estorsioni. Il progetto di pace totale di Petro, per quanto ambizioso, si è rivelato sostanzialmente inefficace. In questo clima, la promessa di una risposta dura e immediata ha trovato ascolto in una parte significativa dell’elettorato. Cepeda e Petro, però, non hanno riconosciuto l’esito del voto, realizzato con il conteggio preliminare chiamato Preconteo, che non ha valore legale, ma è considerato affidabile. Accusando possibili brogli, Cepeda ha chiesto il riconteggio dei voti e di attendere il risultato dello scrutinio ufficiale per proclamare il prossimo leader. «Riconosciamo il risultato del preconteggio ma non è né ufficiale, né vincolante: i nostri osservatori e avvocati. – ha commentato – stanno procedendo ad impugnare 33 mila seggi in tutto il Paese. Una volta che sarà stato reso noto il risultato finale e saranno state effettuate le relative verifiche, riconosceremo il risultato che scaturirà da tale processo».
Verso Washington

A ciò si aggiunge la dimensione internazionale. De la Espriella ha costruito negli ultimi mesi un rapporto esplicito con l’amministrazione Trump, che lo ha sostenuto apertamente durante la campagna. Dopo la vittoria, il segretario di Stato Marco Rubio ha già parlato di futura collaborazione su sicurezza e immigrazione. Trump in persona ha commentato con enfasi sul suo social network: «Ha vinto, ALLA GRANDE!». La strategia della Casa Bianca riflette una dottrina neo-monroista, che considera l’America Latina il “giardino di casa” degli Stati Uniti, un’area di influenza esclusiva da bonificare dalle presenze ostili. In quest’ottica, l’allineamento di Bogotà serve a isolare i regimi avversari della regione, come è già avvenuto con il blitz in Venezuela e il blocco economico a Cuba. I prossimi obiettivi della pressione geopolitica di Trump dovrebbero perciò essere i giganti commerciali del continente: il Messico di Sheinbaum e il Brasile di Lula.
La falla in Iran
L’algoritmo politico del trumpismo sudamericano trova però un limite strutturale in Iran, dove è impossibile replicare lo schema MAGA. In America Latina la nuova destra conquista il potere sfruttando gli strumenti della democrazia liberale con le urne, il libero mercato e la disintermediazione dei social media. In Iran, invece, la struttura teocratica rende questi elementi del tutto inefficaci. Il potere reale è blindato nelle mani della Guida Suprema e dell’apparato militare dei Pasdaran, mentre l’economia, statalizzata e paralizzata dalle sanzioni internazionali, non è permeabile alle ricette di deregolamentazione ultraliberista. Inoltre, la retorica della destra latinoamericana si nutre del legame strategico ed economico con Washington, mentre a Teheran, dove l’anti-americanismo costituisce il nucleo ideologico dello Stato, qualsiasi candidato trumpiano verrebbe escluso dal Consiglio dei Guardiani prima ancora di poter accedere alla competizione elettorale. Per ora il Tigre ruggisce a Bogotà, ma la sua giungla finisce dove comincia il Medio Oriente.