Israele stringe ancora il cappio al collo della libertà. La repressione più violenta è stata approvata e ora diventa legge: la pena di morte per i “terroristi” è stata approvata dalla Knesset, il parlamento israeliano, con 62 voti a favore e 48 contrari.
Il testo di legge
Secondo il testo può essere condannato a morte chiunque causi “intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo”, parola con cui si intende ogni azione volta a “negare l’esistenza dello Stato di Israele”. La formulazione della legge è tale da renderla di fatto applicabile solo ai palestinesi, in tutti i territori controllati da Tel Aviv, quindi in Cisgiordania e in più della metà della Striscia di Gaza. La pena di morte sarà applicabile entro 90 giorni dalla condanna definitiva, con una possibile proroga fino a 180 giorni. La pena capitale era stata abolita per i crimini ordinari ancora negli anni Cinquanta, utilizzata solo una volta nei confronti del criminale di guerra nazista Adolf Eichmann nel 1962. Ora torna tramite l’impiccagione, lo strumento repressivo per eccellenza.

Le reazioni
Brinda al cappio israeliano il ministro per la sicurezza Itamar Ben-Gvir, principale sostenitore della legge. Una conquista personale per l’esponente dell’estrema destra, armatore dei coloni e responsabile di una campagna elettorale violentissima. Anche il primo ministro Netanyahu ha votato a favore, mostrando il suo sì davanti alle telecamere nella Knesset, dimostrando anche la totale mancanza di preoccupazione per la posizione diplomatica degli europei. Infatti Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno protestato e hanno cercato di fermare l’approvazione della nuova legge. I quattro Paesi hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui sottolineano il «carattere discriminatorio» della norma e criticano il ricorso alla pena di morte in generale.
Secondo gli Stati Uniti invece Israele ha il diritto di decidere quali sanzioni applicare ai terroristi. Senza considerare il fatto che per Tel Aviv “terrorista” è sinonimo di “palestinese”, e che questa legge è fatta nell’ottica di portare avanti le azioni contro il popolo di Gaza e rafforzare il controllo sulla Cisgiordania.
Una vittoria per Ben-Gvir
Il testo di legge rende legale una situazione de facto. Le Nazioni Unite definiscono «sistematico» l’uso della tortura nei confronti dei prigionieri politici palestinesi. Per Ben-Gvir l’approvazione legalizza il suo operato. Il leader estremista è stato condannato in passato per 13 reati. È parte della destra estrema più ostile, i kahanisti che sostengono l’espulsione dei palestinesi e la “sovranità ebraica” sulla terra d’Israele. Le accuse per dichiarazioni e atti razzisti accompagnano tutta la sua carriera politica e in un’intervista del 2015, Ben Givr ha detto di averne contate 53. La sociologa israeliana Eva Illouz definisce “fascismo ebraico” il pensiero di cui si fa portatore. Ora stappa bottiglie di bollicine in parlamento, brindando alla legalizzazione di violenza e suprematismo.
