Iran tra repressione e blackout: riemerge la figura di Pahlavi

In Iran per camminare in strada bisogna fare lo slalom tra centinaia, migliaia di sacchi neri. I camion arrivano, li caricano e li trasportano all’obitorio di Theran dove non c’è più posto. È il massacro della Repubblica Islamica che sta schiacciando il suo popolo, in rivolta da quasi due settimane. Secondo la Ong Hrana più di 500 persone sono morte nella feroce repressione dello stato islamico e oltre 200 sono state arrestate. L’Iran ha fatto sapere che si è aperto un canale di comunicazione con la Casa Bianca, che si è posta in difesa dei manifestanti.

Il blackout

Il regime ha provocato un blocco di Internet, attivo ormai da 90 ore. Lo afferma il monitor Netblocks affermando che gli attivisti stanno cercando dei metodi alternativi per comunicare tra loro. I manifestanti sostengono che il regime sta sfruttando il blackout delle comunicazioni per coprire l’uccisione di massa dei manifestanti e ostacolare l’organizzazione della rivolta. Nonostante il blocco, Al-Jazeera, finanziata dal Qatar, ha continuato a trasmettere.

La posizione americana

Appena sono iniziate le proteste in Iran, il presidente Donald Trump ha avvertito il regime che se fosse intervenuto contro i cittadini, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti. La Repubblica Islamica ha accettato la sfida e ha dato inizio a una brutale repressione. Per questo il tycoon sta valutando se e come intervenire. Martedì incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, per discutere le modalità con cui rispondere all’Iran.

E quella israeliana

Anche Benjamin Netanyahu ha espresso il pieno sostegno di Israele ai manifestanti. L’Iran però ha avvertito che un attacco americano porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi nella regione, definendole “obiettivi legittimi”: lo stato ebraico è dunque in stato di massima allerta. Sono intercorse telefonate tra i leader israeliano e americano per discutere delle prossime fasi operative, anche se al momento non c’è ancora nulla di definito. Secondo il Telegraph però, il governo statunitense sta preparando cyberattacchi contro il regime in Iran. Sarebbe anche aperto un canale di comunicazione tra Theran e Washington, secondo quanto diffuso dall’emittente statale iraniana «Tasnim» che ha riportato quanto affermato dal ministero degli Esteri iraniano, Ismail Baghaei.

Reza Pahlavi, il figlio esiliato dell’ultimo scià
Reza Pahlavi: un nome che ritorna

Nelle strade insanguinate di Theran risuona tra un nome tra le grida dei manifestanti, è quello di Reza Pahlavi, il figlio esiliato dell’ultimo scià. Nato nel 1960 a Teheran, è stato cresciuto e formato per guidare lo stato Iraniano. Ma dopo la rivoluzione del 1979 è stato esiliato. Dagli Stati Uniti ha assistito alla caduta della monarchia e alla nascita della Repubblica islamica, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Da Parigi, dopo la Guerra dei 12 giorni con Israele aveva annunciato: «Sono pronto a guidare un governo di transizione». E durante le proteste che sono scoppiate a Theran il 28 dicembre lo ha ribadito. La sua figura è molto divisiva: per alcuni è simbolo di modernizzazione e riallacciamento dei rapporti con l’occidente, per altri di repressione. Pahlavi dice di non ambire né al trono né a un ritorno al passato, ma a libere elezioni. E intanto incita i cittadini a rovesciare il regime.

 

Chiara Balzarini

Milanese, classe '98. Laureata in Psicologia Sociale , ho scoperto che il mio futuro è nel giornalismo. Appassionata di cavalli e sport equestri, oggi voglio raccontare il mondo in tutta la sua varietà e complessità.

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