IRAN, IL PREMIO NOBEL PER LA PACE MOHAMMADI CONDANNATA AD ALTRI 7 ANNI DI CARCERE

La Repubblica islamica continua la sua repressione del dissenso. E questa volta a essere colpita è stata il Premio Nobel per la Pace, Narges Mohammadi, condannata ad altri 7 anni di carcere, per un totale di 17 anni di prigione e 154 frustate.

Il Premio Nobel

Mohammadi, ingegnera 53enne, era nota da tempo in Iran per la sua lotta per i diritti umani e la fine dell’oppressione delle donne nel Paese, sostenendo la disobbedienza contro l’hijab. Aspetti che il regime di Ali Khamenei ha altamente criticato e per i quali ha  arrestato più volte dal 2016 l’attivista. Un decennio che Mohammadi ha condotto tra la sua casa e il carcere di Evin a Teheran. Nel 2023, però, è stata premiato con il Nobel per la pace «per la sua battaglia contro l’oppressione delle donne in Iran e per promuovere diritti umani e libertà per tutti».

Dentro e fuori il carcere
Il Premio Nobel per la Pace, Narges Mohammadi

L’unico momento esteso di “stop” dalla prigione è stato il periodo tra dicembre 2024 e fine 2025, in cui l’attivista è tornata libera per motivi medici. Dopo l’anno fuori dal carcere, Mohammadi è tornata nel mirino delle autorità a causa della sua protesta a Mashhad, in cui veniva commemorato Khosrow Alikordi, attivista morto in circostanze non chiare. Il 12 dicembre Mohammadi è stata picchiata e fermata dai Pasdaran, per poi essere portata nel carcere gestito dai Guardiani della rivoluzione, principale corpo armato del regime iraniano. Le autorità l’hanno condannata a sei anni di prigione per «collusione contro la sicurezza nazionale» e un anno e mezzo per «propaganda contro lo stato». A cui si aggiungerebbero due anni di esilio nella città di Khusf e di divieto di espatriare.

Diciassette anni di carcere

Per più di un mese Mohammadi è rimasta in isolamento, senza la possibilità di avere contatti con l’esterno. Secondo il marito Taghi Rahmani tale divieto sarebbe scaturito dal fatto che l’ingegnera si rifiuterebbe di dire che «va tutto bene: si rifiuta di sottomettersi a tali pressioni; insiste nel dire la sua verità». Domenica 8 febbraio è stata portata davanti al Tribunale Rivoluzionario di Mashhad e ha avuto la possibilità di parlare brevemente con il suo avvocato. Nonostante ciò, ha rifiutato la difesa in quanto vede «questi procedimenti come una mera farsa con un finale prestabilito». Per questa sua decisione la famiglia si è mostrata preoccupata. «Attualmente rischia più di 17 anni di reclusione attiva, oltre alle 154 frustate riportate dalle sue precedenti condanne».

I problemi fisici

La protesta di Mohammadi, però, non si è placata in carcere. Lunedì 2 febbraio ha iniziato uno sciopero della fame, interrotto forzatamente dopo sei giorni a causa dei suoi problemi fisici. Mohammadi soffre di ipertensione e di dolori toracici, inoltre ha avuto un infarto. Di fronte a tali condizioni, le autorità iraniane l’hanno sottoposta a visite in ospedale. Solo dopo tre giorni e senza aver terminato le cure, Mohammadi è tornata nel centro di detenzione dell’intelligence a Mashhad. La negazione del diritto fondamentale di accedere a terapie adeguate ha intimorito il figlio Ali Rahmani, che da Parigi, dove abita, ha detto: «Siamo profondamente preoccupati per la sua vita».

Le manifestazione in Iran contro il regime
Contro il regime

Mohammadi non è l’unica attivista a essere stata colpita dal regime dell’ayatollah Ali Khamenei. Il 28 dicembre scorso nel Paese sono iniziate una serie di manifestazioni contro la Guida suprema. Il Governo ha reagito attuando una repressione sempre più cruenta, arrivando a uccidere oltre 30mila cittadini in una notte, secondo la testimonianza della rivista Time. Un’oppressione tenuta nascosta proprio dal regime iraniano, ma che ora sta emergendo. «Ogni giorno emergono nuovi dettagli, nuove storie della strage. – ha detto Ali Rahmani, figlio di Mohammadi – Il sindacato delle maestre e dei maestri ha pubblicato un lungo elenco di nomi di bambini uccisi durante le proteste: sono duecento».

La storia della leader Mansoori
La leader Azar Mansoori

Insieme al Premio Nobel, oltre 40mila iraniano sono stati arrestati in poco più di un mese. Per esempio, il regime ha colpito la leader del Fronte, Azar Mansoori, a causa delle critiche verso la Guida suprema e la sua opera di repressione. Inoltre, secondo il Governo, Mansoori avrebbe promosso riforme per cambiare strutturalmente il sistema interno del Paese. In realtà, il regime avrebbe esagerato la sua azione per convalidare l’arresto. Mansoori, infatti, non ha mai avuto intenzione di rovesciare la Repubblica islamica, al contrario era sostenitrice di riforme graduali per portare alla piena libertà nello Stato. In un comunicato pubblicato dai riformisti dopo una riunione d’emergenza dell’11 gennaio, Mansoori ha scritto: «Rivendicare i propri diritti e impegnarsi a far luce sulla verità è un dovere di tutti noi. Nessun potere, nessuna giustificazione e nessun tempo potranno sanare questa grande catastrofe».

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