Il Bangladesh verso le elezioni: il sogno democratico della GenZ

Il 12 febbraio 2026 è una data storica per il Bangladesh. Dopo 17 anni il paese da più da 175 milioni di abitanti ritrova il diritto di voto, dopo le rivoluzioni della GenZ che hanno rovesciato il regime autocratico di Sheikh Hasina. Si voterà per il rinnovo del Parlamento e per un referendum. Sono elezioni che possono riequilibrare un intero paese, ma le incognite non sono poche.

Il regime autoritario
Sheikh Hasina, autocrate a capo del Bangladesh dal 2009 al 2024

Due partiti si sono alternati per due decenni alla guida del paese: il Bangladesh Nationalist e la Lega Awami di Hasina. Quest’ultima nel 2009 vinse per la seconda volta di fila le elezioni e impugnò una modifica della Costituzione. Da questo momento in poi il partito si assicurò un’ampia e controversa maggioranza nelle tre elezioni successive. In questo periodo il governo eseguì massicce torture e arresti contro gli esponenti più in vista dell’opposizione, limitando significativamente la libertà di espressione e della stampa nazionale.

La Rivoluzione di luglio

La rivoluzione iniziò con delle mobilitazioni studentesche contro un sistema di quote negli impieghi pubblici che limitava di molto l’accesso ad un mondo del lavoro già non ricco di offerte, soprattutto per i più giovani. Con il passare del tempo sul fiammifero della protesta soffiò il vento del malcontento generale, di anni di abusi di potere e censure, e la rivoluzione si incendiò. Hasina rispose violentemente: sono circa 1400 le persone uccise negli scontri con la polizia. Il 5 agosto 2024 una folla marciò verso la residenza di Hasina a Dacca costringendola a fuggire. Si è rifugiata in India, dove vive ancora oggi.

Gli scontri dei manifestanti con la polizia durante la rivolta di luglio
Verso la democrazia

A capo del governo fu chiamato Muhammad Yunus, il “banchiere dei poveri”, premio Nobel per la pace per aver aiutato a uscire milioni di persone dalla povertà con la sua Grameen Bank. A Dacca aprirà a breve un Museo della rivolta di luglio per ricordare le migliaia di persone che hanno sfidato i proiettili per la democrazia. È stato Yunus a indire queste prime elezioni, sottolineando che non si candiderà. La sua eredità politica è affidata alla “Carta di luglio”: un piano di riforme costituzionali che sarà sottoposto a referendum proprio il 12 febbraio. L’obiettivo è quello di dare alle istituzioni del paese maggiore stabilità, evitare corruzione e accentramenti di potere.

Tra  determinazione e disillusione

Infatti nel paese si vivono quelle torsioni post-rivoluzionare secondo cui ognuno che sia stato filo-Awami in passato è visto alla stregua di un criminale, con il rischio di subire violenze e discriminazioni. Il rischio è quello di creare un nuovo circolo di ingiustizie e risentimenti. È quindi necessario anche un processo di riconciliazione democratica del partito all’interno del quadro politico. La strada è lunga e difficile, molti giovani che hanno partecipato alla rivoluzione alternano determinazione e disillusione. Tutta la cultura politica del paese deve cambiare e le istituzioni devono essere rinnovate completamente. C’è chi pensa che le elezioni non saranno davvero libere, perché troppo abituato a vivere brogli elettorali.

La caduta di Hasina è stata una vittoria del popolo che ora chiede rispetto per lo Stato di diritto e una rinnovata sovranità del Bangladesh come stato autonomo e democratico. Nonostante gli scetticismi lo spirito rivoluzionario dei giovani che hanno fatto cadere il regime autoritario rimane, così come il sogno, forse vicino, di un futuro democratico.

La folla che si riversa nelle strade dopo la caduta del regime di Hasina
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