I MUSE RISORGONO CON THE WOW! SIGNAL

Muse

Dopo qualche anno a vagare nei meandri dei concept album, tra distopie e invasioni aliene, i Muse sono tornati, e non solo per fare presenza. Pubblicato il 26 giugno, The Wow! Signal è il decimo album della band di Matt Bellamy, un progetto con cui il trio inglese è risalito a un livello che rende giustizia al loro talento.

Un disco maestoso

L’album si apre con quel grandeur che ormai è un marchio di fabbrica dei Muse. The Dark Forest è un brano carico di sonorità per cui i Muse erano già famosi, ma che fa da introduzione ad alcune novità. Le pesantissime chitarre che imperversano attorno ad un coro in latino sono un interessante rimando agli stilemi del metal, una soluzione che in più occasioni sarà il collante tra le varie tracce. The Wow! Signal è il sacro e il profano, ma non gioca sul banale contrasto tra i due. Al contrario, vengono amalgamati tanto bene da renderne la linea di confine sfumata, quasi indistinguibile. Melodie e arrangiamenti della musica liturgica e qualche tocco vagamente gospel si mescolano al groove e alla potenza elettrica dello stile Muse. Ne è un esempio la triade composta da Shimmering Scars, Cryogen e Be With You.

Se a Bach avessero dato l’overdrive ne sarebbe uscita la intro di Hexagons, il vero climax dell’album dove tutte le idee alla base raggiungono la massima espressione. E il metal dov’è finito? Si è fatto strada nelle retrovie per arrivare ad essere protagonista nella seconda metà dell’album con brani come The Sickness in You & I e Unravelling. I Muse hanno guardato principalmente alle declinazioni più moderne del genere, con riff e melodie che ricordano i Bring Me The Horizon della prima ora. Forse è anche a fronte di tutta questa energia bene incanalata, che la chiusura con Space Debris risulta abbastanza debole.

il videoclip del singolo Cryogen

Effetto Wow

The Wow! Signal non poteva avere titolo migliore. I singoli che l’hanno preceduto non potevano essere più diversi tra loro, si temeva un lavoro frammentato. Chiariamoci, è un disco opulento, sovraccarico di sonorità, ma la coerenza che i Muse sono riusciti a dargli è sorprendente. Nulla di tutto quello che si sente da l’impressione di essere lì senza un motivo.  È un insieme di tutti i volti che la band ha mostrato negli anni, dall’elettro-rock che li ha resi iconici agli inni magniloquenti. Non è solo un miscuglio nostalgico di quanto fatto in passato, anche l’innovazione ha trovato terreno fertile. Ciò che era già stato esplorato ora è più bilanciato, le varie anime della band finalmente si completano l’una con l’altra.

Matt Bellamy, frontman dei Muse, durante un concerto a Dublino

Per stare in tema con il loro immaginario fantascientifico, si può dire che i Muse si siano evoluti nella loro forma finale. L’era dei concept album aveva limitato il loro spazio creativo, volevano attenersi a tutti i costi a temi spesso anche poco chiari.  Con The Wow! Signal, la band ha mantenuto il suo universo simbolico senza tracciare troppi confini. Si sono liberati dalle briglie che si erano messi da soli.

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