Venerdì 16 ottobre, i Fontaines D.C. hanno pubblicato Dopamine Chamber, il loro attesissimo quinto album in studio. Se, come dicevano nel loro lavoro precedente, «Romance is a place» in questo disco quello stesso luogo dell’amore diventa una prigione. Le strade sono due: abbattere le mura oppure lasciarsi assuefare dai ricordi e dalle paranoie.
Il percorso verso la libertà
Il trittico di apertura, composto da Six Shot Morning, Marianne e Mimesis, offre degli arrangiamenti dal respiro ancora più ampio rispetto a Romance. Siamo di fronte a un primo tentativo di eliminare mentalmente le pareti che ci costringono, pensando che sia inaspettatamente facile. Come nelle colonne sonore ben fatte, concetti e stati d’animo ricorrenti sono affidati a strumenti specifici. In questo caso, il ruolo del cattivo se lo aggiudicano le chitarre. La cascata di distorsioni, marchio di fabbrica dei Fontaines D.C., compare prepotentemente sul finale di Happy For You. L’autoconvinzione di riuscire ad andare avanti inizia a lasciare trasparire fiumi di rancore. Queste sonorità aggressive e ingombranti si trascinano anche per tutta Demolition, dove subentra la paranoia. Siamo convinti che la persona che abbiamo perso sia ossessionata da noi, ma non vogliamo sapere nulla della sua nuova vita perché ciò ci farebbe crollare.
Da One Man in poi ci si avvicina alla realizzazione. Il percorso verso la libertà è più costruttivo rispetto all’inizio, ma non senza difficoltà. Uno sforzo che trova il suo momento più sofferto in Where is Gone?, dove le voci del frontman Grian Chatten e di Rosalía si fondono come quelle di Nick Cave e P.J Harvey in Where the Wild Roses Grow. In questa seconda metà del disco, le distorsioni lasciano il posto ad archi e chitarra acustica, fino ad arrivare alla conclusione conIntimate. Il brano è un riassunto sonoro e concettuale: La giornata nella stanza della dopamina è finita, e tutto quello che abbiamo provato passa a grande velocità davanti ai nostri occhi già socchiusi.
Il singolo Where Is Gone? con RosalÍa
L’inizio e la fine
Dopamine Chamber non è il fratello minore di Romance, bensì una sua diretta conseguenza. Se il primo esplorava le varie sfumature dell’amore, ora qualcuno è chiuso in casa e cerca di raccogliere i pezzi di ciò che è finito male. Le sonorità di Romance certamente ricompaiono: c’è il muro sonoro distorto che richiama lo shoegaze e i synth in stile Depeche Mode, anche se si aggiunge un’aggressività velata che richiama alcuni lavori dei Massive Attack. La differenza è che, in Dopamine Chamber, questi elementi vengono usati con molta più sapienza e raccontano un percorso psicologico in maniera quasi cinematografica. Ci troviamo in una stanza che ci respira addosso, le pareti spariscono per poi tronare a soffocarci. Questo si concretizza attraverso l’alternanza di pieni e vuoti strumentali, anche se il tentativo di concludere con un’apertura quasi totale fa perdere un po’ di mordente verso le ultime due tracce.

Infine, ci sono i testi, che sono sicuramente la parte che ha risentito di più dell’approdo alla fama internazionale di tre anni fa. Un pubblico più vasto ha costretto a sacrificare la complessità “alla Joyce” degli inizi a favore di frasi a effetto più brevi e d’impatto. Tuttavia, in Dopamine Chamber, quello che la scrittura ha perso a livello formale lo riguadagna tutto in potenza evocativa. Grian Chatten canta parole di accettazione che, allo stesso tempo, riescono a trasmettere l’invidia e il risentimento che si nascondono tra loro.