Con una mano allunga una pagina di testo per concordare una possibile pace. Con l’altra ordina l’ennesimo bombardamento sull’Iran. Il presidente statunitense Donald Trump continua la sua guerra personale in Medio Oriente e sembra rincarare la dose mettendo sul tavolo anche l’allargamento degli accordi di Abramo, firmati nel 2020 per normalizzare il rapporto tra Israele e i Paesi Arabi.
L’attacco
Domenica 24 maggio Washington e Teheran erano vicini a un nuovo tentativo di tregua e proprio per partecipare ai negoziati una delegazioni iraniana era arrivata a Doha, in Qatar. L’inizio di una nuova fase della guerra è stata subito tradita dal bombardamento sulla Repubblica Islamica attuato dall’esercito americano nella notte tra lunedì 25 e martedì 26 maggio. Durante l’attacco sono state colpite postazioni per il lancio di missili nel sud del Paese e imbarcazioni che stavano posizionando mine nello Stretto di Hormuz. Il Comando Centrale del Pentagono, però, non ha parlato di «guerra», ma di «autodifesa» per proteggere i soldati americani da attacchi iraniani. Una distinzione semantica che pesa nello scenario bellico.

L’azione, secondo una fonte anonima del New York Times, sarebbe stata la risposta statunitense al lancio di missili iraniani verso navi americane schierate nel golfo dell’Oman e nel mar Arabico. Non è chiaro se l’attacco sia stato realmente realizzato. Ma l’ennesima escalation dà un messaggio chiaro nella guerra in Medio Oriente. L’Iran ha le capacità missilistiche per minacciare gli Stati Uniti e la Casa Bianca non è disposta a cedere.
Sul tavolo
Continuano però i negoziati. La pagine di accordo presentato dagli Stati Uniti prevede innanzitutto una tregua di 60 giorni e la riapertura dello Stretto con la rimozione delle mine poste dall’Iran. Proprio Hormuz rappresenta una pedina fondamentale perché da lì transita un quinto del petrolio e del gas mondiale.

Per contenere la forza di Teheran, Washington vorrebbe portare alla riapertura del passaggio, ma senza includere un pedaggio. La Repubblica Islamica, invece, vorrebbe riaprilo con una tassa non per il transito, ma per questioni ambientalistiche. Altro punto cruciale è la questione nucleare. Temendo la potenza del Paese, la Casa Bianca ha proposto una moratoria di 20 anni in cui l’Iran non può lavorare in ambito nucleare. La Repubblica ha ribattuto con cinque anni di moratoria e la possibilità di diluire o consegnare l’uranio arricchito a un paese terzo, che potrebbe essere la Cina. Proprio su pressione del presidente Xi Jinping, l’Iran avrebbe rinunciato al proprio uranio arricchito per cederlo a Pechino. Ma gli Stati Uniti hanno subito bloccato la proposta in quanto l’uranio deve essere consegnato solo all’America per essere poi distrutto.
Le due parti
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che un accordo dovrebbe essere raggiunto entro qualche giorno, segnando un cambiamento sia per la questione di Hormuz sia per il programma nucleare iraniano. Dall’altra parte, portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha specificato che le trattative attuali hanno come scopo la fine della guerra. Non discussioni più ampie. Due visioni opposte che potrebbero comportare un’ulteriore scossone in Medio Oriente. Trump vuole arrivare a un accordo di pace, ma senza piegarsi alle richieste iraniane. L’attacco, quindi, rientra nella sua strategia: senza un negoziato con i suoi termini, l’autodifesa proclamata da Washington potrebbe trasformarsi in un’offensiva militare.
Gli accordi di Abramo
Oltre alla richiesta su Hormuz e sul nucleare, Trump allarga l’orizzonte mettendo sul tavolo gli accordi di Abramo. L’intesa diplomatica è stata siglata nel 2020 nata sia per normalizzare i rapporti tra Israele e i Paesi Arabi sia per contenere l’influenza iraniana nella regione. Il patto è stato proposto dalla prima amministrazione Trump ed è stato subito firmato da Israele, Emirati Arabi Uniti e Baherein, a cui si sono aggiunti poi Sudan e Marocco. Secondo il tycoon, in vista dell’accordo con l’Iran, tutti i Paesi del Golfo dovrebbero aderirvi: «Lo considero obbligatorio. Vale subito per l’Arabia Saudita e il Qatar. A seguire il Pakistan, la Turchia, l’Egitto e la Giordania». Riyad rappresenta però il principale ostacolo, in quanto ha più volte ribadito che il riconoscimento dello Stato ebraico deve essere preceduto da «un percorso irreversibile verso la nascita di uno Stato palestinese».