«La curiosità va allenata perché le cose appartengono a chi le desidera di più». Una vita passata in pista tra rumori ed emozioni, Giorgio Terruzzi racconta la sua esperienza come giornalista sportivo e come il desiderio di conoscere non debba mai spegnersi. Anche nei momenti in cui lo sforzo può apparire inutile. Questo perché bisogna confrontarsi con ciò che ci circonda senza pregiudizi, proprio perché quello che sta intorno a noi ci può offrire quell’ispirazione o quel «condimento in più» per la tua storia.
La complessità di un mondo veloce, velocissimo
Negli ultimi anni, la narrazione della Formula 1 ha dovuto affrontare un profondo mutamento del suo pubblico. Con l’arrivo della serie tv di Netflix Drive to Survive, l’audience si è allargata enormemente. Tuttavia, in questo nuovo bacino di utenza «80 su 100 sono interessati di più all’evento in sé e ad esserci che alle dinamiche della gara» dice Terruzzi. Davanti a questa tendenza, e in un mondo che viaggia a ritmi sempre più frenetici, si rende necessaria una chiara correzione di rotta: chi racconta deve «spiegare di più e rallentare in un mondo veloce, velocissimo» secondo Terruzzi.
Paradossalmente non si è registrato però un proporzionale aumento della competenza tecnica. Per questo, occorre fare uno sforzo ulteriore per spiegare quanto sia complicato correre, data anche la complessità di questo nuovo regolamento tecnico. Nonostante le derive più “social” imposte dal mercato moderno, non bisogna mai dimenticare l’essenza stessa di questo sport, che ha «una storia fatta di sangue, velocità e rumore». L’automobile è il mito del ‘900, custodire questa eredità è fondamentale, perché la pista continua a mettere in scena imprese straordinarie in cui «in 11 posti diversi del pianeta vengano prodotte 11 automobili diverse racchiuse in così pochi decimi» sostiene Terruzzi.
Il valore della presenza sul campo
La televisione appiattisce le percezioni, quindi è la presenza fisica sul circuito a restituire la vera natura del motorsport. Si tratta di un principio valido non solo per i giornalisti sportivi, ma per chiunque esercita la professione: essere lì, sul posto. Che è ben diverso. Vivere la pista «è molto più sollecitante dal punto di vista emotivo e sensoriale» afferma Terruzzi. È un passaggio drastico, quasi brutale, in cui «guardare dalla tv al circuito è un passaggio dall’oro al ferro. Avvicinarsi all’asfalto permette di cogliere i nervi tesi sul collo dei piloti e la latente percentuale di tragedia». Un aspetto che accompagna una moto di MotoGP o una monoposto di Formula 1. «Vedere queste creazioni dal vivo ti aiuta a percepire la brutalità intrinseca di questi mezzi eccezionali».
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Per riuscire a trasmettere tutto questo, il giornalista non può limitarsi a scrivere il pezzo o il servizio. Il segreto risiede in una curiosità inesauribile, nella necessità di «andare a caccia, cercare continuamente cose, non sederti e non rinunciare a niente». Secondo Terruzzi «bisogna leggere molto e accumulare stimoli provenienti da fonti anche lontane tra loro, che si tratti di una lezione universitaria sull’estetica musicale, di un concerto, un film o di una mostra d’arte. Perché ogni suggestione offre uno strumento o uno spunto in più per trovare la parola esatta».
La regola d’oro è semplice: «La curiosità va allenata, perché le cose appartengono a chi le desidera di più». Anche di fronte a un’esperienza che può sembrare noiosa o distante dai propri gusti, l’imperativo per chi fa questo lavoro è cercare sempre di imparare qualcosa di nuovo. Questo atteggiamento di curiosità inesauribile verso la conoscenza è ciò che fa davvero la differenza nella ricerca di una buona storia.
Un eroe con l’«anima esposta»
In una carriera trascorsa sulle piste di tutto il mondo, poche figure lasciano un segno profondo come Ayrton Senna. Ciò che lo ha colpito del pilota brasiliano, prima ancora del lato agonistico, è la sua parte umana. Conosciuto da Terruzzi alla fine del suo primo anno in Formula 1 (1984), il brasiliano gli è apparso subito come un uomo dalla spiritualità complessa e dall’etica del lavoro instancabile. Consapevole del proprio privilegio, «era un monaco da lavoro e voleva restituire agli altri». Confidava di «parlare spesso con dio e possedeva una delicatezza d’animo che faceva da contraltare alla sua proverbiale ferocia agonistica» svela Terruzzi.

Il ricordo del fine settimana di Imola del 1994 per lui è una ferita ancora aperta. «È un incubo a occhi aperti perché sembrava di stare dentro un film di Kubrick». Il passaggio drammatico dall’incredibile rumore della pista a un improvviso, irreale silenzio è un’immagine incancellabile. L’incredulità di fronte alla tragedia era assoluta, simile alla sensazione di assistere a una pellicola sbagliata, perché «come nei film, non può morire il protagonista principale. Se no finisce il film stesso». Continua Terruzzi: «È stato un trauma innescato proprio mentre Senna stava prendendo decisioni cruciali per la sua vita, tra cui l’avvio di una fondazione per aiutare milioni di bambini nel suo Paese natale».
Una vita con la valigia
Vivere a contatto con questi eroi moderni richiede grande equilibrio. Un buon giornalista sa che serve stabilire una misura: «Non troppa confidenza, se no diventa una cosa che non funziona sul lavoro» spiega Terruzzi. Lo stesso Senna non faceva sconti ai giornalisti impreparati e «ti sputtanava davanti a tutti se facevi una domanda stupida o arrivavi in conferenza stampa in ritardo». Mantenere una certa distanza, quindi, è vitale per conservare la libertà di porre le domande scomode che il mestiere richiede.
Ma questa dedizione assoluta al lavoro presenta un conto salato nella vita personale. Viaggiare per quarant’anni e seguire parallelamente due mondi esigenti come la Formula 1 e il motomondiale significa finire in una “centrifuga” usurante. «Le innumerevoli assenze nei fine settimana, specialmente avendo dei figli a casa da scuola, generano un debito di tempo e affetti impossibile da recuperare» afferma Terruzzi. Tanto da arrivare all’amara, seppur ironica, conclusione che quello dell’inviato è «un mestiere che andrebbe fatto da scapoli». Nonostante le difficoltà e le rinunce, guardandosi indietro, la passione e il richiamo della pista rendono questo percorso una scelta che verrebbe rifatta ancora una volta. Quello che manca è la consapevolezza, che purtroppo si acquisisce sempre solo a posteriori.
Una lezione quotidiana
Terruzzi termina con un ricordo di una sua lezione universitaria. Un insegnamento datogli più di 30 anni fa, ma che per lui rimane estremamente attuale. «Durante un corso di estetica, il prof disse che il corso si sarebbe basato sull’assunto che nessuno poteva dire se dopo 50 anni avremmo ascoltato più i “Pupo” o i “Beatles”». Una base che potrebbe risultare assurda, ma in cui risiede l’essenza del lavoro stesso del giornalista.

«Non c’è un punto di vista che esaurisce in assoluto ciò che vedi. Per avere più informazioni possibili bisogna guardare da più lati e avere più fonti». Non è la singola lettura di un giornale o di un libro, ma «più parole prendi più hai modo di cambiare a seconda della destinazione che devi dare». Un esercizio che Terruzzi rivede sia nella vita sia nello sport: «è l’insegnamento più straordinario perché se non ti alleni non vai da nessuna parte. E quando sei in campo non puoi nasconderti, devi dare il meglio, senza scuse».