Il segreto per sembrare una giovane rock star in eterno? A parte essere Mick Jagger, è non dimenticare mai la musica che ti ha accompagnato agli inizi. Foreign Tongues è il venticinquesimo album in studio dei Rolling Stones. Pubblicato venerdì 10 luglio, il disco è una celebrazione del sodalizio secolare tra il blues e il rock and roll.
Senza paletti
È proprio dalla costola del blues che negli anni ’50 è nato il rock, e proprio questa influenza è sempre stata alle radici del suono dei Rolling Stones. Non bisogna farsi trarre in inganno, però. Non è la solita minestra riscaldata che le grandi band ripropongono giusto per restare sulla scena. È vero, il caratteristico retrogusto blues degli Stones è onnipresente. Tuttavia, la varietà delle sue declinazioni è sorprendente. Rough and Twisted e Mr. Charm ne rappresentano la forma più grezza, un suono che arriva direttamente dagli states. Poi c’è il rock più puro e scatenato di Divine Intervention e Hit Me in The Head che sfuma nel groove ammiccante di You Know I’m No Good. I picchi di qualità dell’album sono più alti di quanto ci si immaginasse.
Creare delle melodie fresche e poco scontate come quelle di In The Stars e Jealous Lover sarebbe fuori discussione per qualsiasi altra band con 64 anni di carriera, ammesso che ce ne siano. Se la perfezione con cui gli strumenti si incastrano non trasudasse esperienza, si potrebbe pensare che si tratti di un gruppo emergente che si ispira alle sonorità del rock classico. A creare questo effetto contribuisce la produzione di Andrew Watt. Conferisce al disco un timbro moderno, di ampio respiro, che cancella ogni rischio di anacronismo. A tutto questo va aggiunta l’incredibile performance vocale di Mick Jagger. Un’energia che rimane costante per tutte le 14 tracce del disco senza mai scadere nel monotono. Mick si destreggia tra i diversi registri con un’agilità da acrobata. Per quanto ci si sforzi, è impossibile convincersi che dall’altra parte del microfono ci sia un uomo di 82 anni.
il videoclip del singolo in the stars
Niente da dimostrare
È come se il gruppo si fosse riunito e avesse detto: «siamo i Rolling Stones, che cosa dobbiamo dimostrare ancora?» Non è una scusa per giustificare qualunque cosa producano, anzi, molti lavori recenti lasciavano abbastanza a desiderare. Con Foreign Tongues hanno voluto ribadire chi fossero senza rinchiudersi in una manciata di stereotipi. Nonostante il titolo significhi “lingue straniere”, è un album che parla chiaro, senza concettualità.

Non è un disco memorabile, vuole solo far divertire. Durante l’ascolto dice tutto quello che dovrebbe dire e anche di più, ma non ha né l’ambizione, né l’intenzione di diventare qualche sorta di oggetto di culto. Fare musica di quel tipo non è più compito dei Rolling Stones. Quello che stupisce di Foreign Tongues è la sua autenticità. Non è un caso che l’album si chiuda con Beautiful Delilah, un brano blues eseguito con la chitarra acustica che sembra una demo registrata in cameretta. Non si direbbe mai che si tratta della mega produzione di una delle più grandi band della storia.