Mancavano solo 118 miglia nautiche, circa 220 chilometri, perché l’imbarcazione Lina Al-Nabulsi raggiungesse Gaza. Lina Al-Nabulsi è una ragazza di 16 anni, uccisa nel 1976 dalle Idf durante una manifestazione contro l’occupazione israeliana della Palestina. Le stesse forze di difesa che hanno bloccato la barca su cui viaggiavano gli attivisti. Da poco si erano fatti fotografare mentre navigavano con un cartellone in mano: «Lina vive in ogni ragazza. Non potete affondare un movimento».
La missione intercettata
L’operazione di intercettazione era iniziata lunedì mattina in acque internazionali vicino a Cipro ed è proseguita martedì, sempre in acque internazionali. Tutti i 430 attivisti che erano a bordo della barche sono stati trattenuti dalla marina israeliana. Ma una parte della missione la Global Sumud Flotilla è riuscita a portarla a termine. Se l’obiettivo dichiarato è quello di portare aiuti umanitari, cibo e altre prime necessità, l’altro obiettivo è quello di mantenere l’attenzione internazionale su Gaza. I media si sono spostati altrove, alle altre guerre in corso, ma in Palestina la situazione rimane tragica e la popolazione civile continua a soffrire.

Violazione del diritto internazionale
I video in diretta mostrano le imbarcazioni militari avvicinarsi e abbordare le barche della Flotilla. I militari hanno distrutto subito le videocamere, interrompendo la diretta, ma un video ha ripreso un soldato sparare in direzione di una barca dell’operazione umanitaria. Israele afferma di aver usato proiettili di gomma come avvertimento e soprattutto rivendica di avere «tutto il diritto di intervenire». La convenzione ONU sul Diritto del Mare (Art. 87) sancisce il principio di libertà di navigazione in alto mare: tutte le navi di tutti gli Stati hanno il diritto di navigare senza restrizioni nelle acque internazionali. Il diritto internazionale afferma la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera quando la nave si trova in acque internazionali, vietando qualsiasi intervento armato a bordo da parte di altri Stati. Un attacco a una nave in acque internazionali è come attaccare il paese della bandiera che porta.

Attivisti trattenuti in Israele
Sono 29 gli italiani che si trovavano sulle imbarcazioni in viaggio verso Gaza ora trasferiti ad Ashdod, città israeliana nel distretto meridionale. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva chiesto all’ambasciatore d’Italia in Israele Luca Ferrari di «svolgere un ulteriore passo formale con le Autorità israeliane per chiedere che a tutti i cittadini italiani partecipanti alla Flotilla siano assicurati un trattamento dignitoso, incolumità e sicurezza». Ma il Governo israeliano dimostra di aver perso ogni volontà di garantire gli standard del diritto internazionale e dei Paesi democratici. Nuovi video mostrano il ministro israeliano Ben-Gvir deridere gli attivisti che sono in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena e circondati da agenti armati, come fossero ostaggi.
Alta tensione diplomatica
Le immagini che arrivano da Ashdod sono agghiaccianti. Un’attivista grida «Free, free Palestine» e subito dopo viene afferrata da un militare, che le piega la testa con forza fino a costringerla a inginocchiarsi. Ben-Gvir passa accanto sorridendo. Poi sventola una bandiera israeliana e dice «Benvenuti in Israele, siamo i proprietari di questa casa». La reazione del Governo italiano è durissima: l’ambasciatore in Israele è richiamato per consultazioni. È un segnale di forte tensione diplomatica. In una nota congiunta, la premier Giorgia Meloni e il capo della Farnesina Antonio Tajani hanno definito «inaccettabile» il trattamento riservato da Israele agli attivisti della Flotilla, aggiungendo che l’Italia «pretende le scuse per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo». Reazioni simili anche da Francia, Spagna, Turchia e Corea del Sud.
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