Tra le strade di Teheran, i manifestanti che le hanno percorse in lungo e in largo in queste ultime settimane non ci sono più. Al loro posto, una folla in lacrime riempie piazza Enghelab, simbolo della Rivoluzione nel centro della città. C’è qualcuno che si tiene le mani in viso per soffocare le lacrime, qualcun altro si butta a terra in un disperato grido di lutto. L’Ayatollah Khamenei è morto. I raid incrociati di Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran, abbattendo definitivamente la Guida Suprema del paese. E mentre i bombardamenti continuano, per l’Iran si apre la strada verso una nuova Rivoluzione, di quelle che il Paese non vede dal ‘79.
Ma le urla di dolore non sono l’unica voce che si può sentire riecheggiare nella città. I manifestanti che hanno provato ad abbattere il Regime negli ultimi mesi non hanno ancora finito la loro marcia verso la libertà. Tra il fumo degli incendi e le cariche delle forze dell’ordine ormai allo sbando, l’altra faccia dell’Iran alza la testa: «Lunga vita al Re!». Da un megafono o urlando a gran voce, il suono di un nome non nuovo ai cittadini iraniani riecheggia: «Pahlavi tornerà!».

IL PERSONAGGIO
Reza Pahlavi è l’erede al “trono del pavone”. Figlio dello Scià di Persia, fuggì in esilio all’età di soli 17 anni a seguito della Rivoluzione Islamica del 1979 che rovesciò la monarchia. Vive da allora con la madre all’estero, in attesa di poter tornare liberamente nella sua patria. Il suo nome è tornato tonante tra le piazze dei manifestanti di Teheran, che vedono in Reza il possibile promotore di una vera rivoluzione democratica per l’Iran.
Nel corso degli anni, si è fatto sempre più spazio nel panorama globale come figura di riferimento nell’opposizione iraniana. A seguito della morte di Mahsa Amini per mano della “polizia morale” nel 2022, Reza è diventato megafono globale del movimento “Donna, Vita, Libertà” che promuove un fronte unito di opposizione, sostenendo i diritti delle donne come pilastro per la creazione di una democrazia. Nello stesso anno, Reza si è visto impegnato in un tour europeo. Proprio dall’Eurocamera ha tenuto un discorso davanti ai leader europei per convincerli a non negoziare con il Regime Iraniano. Più recentemente, nel febbraio 2026, Reza ha partecipato al panel “Breaking or Repeating the Cycle? Iran’s Next Chapter” tenutosi a Monaco. In questa occasione, l’erede al trono ha richiesto l’imposizione di sanzioni più severe contro l’Iran e l’inserimento delle Guardie Rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni terroristiche.

UNA FIGURA CHE DIVIDE
La sua figura è particolarmente apprezzata tra la Gen Z per l’ideologia che incarna. Se da una parte il Regime Iraniano impone l’utilizzo del velo e restrizioni religiose, Reza promuove l’idea di un nuovo Iran dove Religione e Stato siano distinti e distanti. L’era dei Pahlavi è ricordata come un periodo di modernità e apertura: minigonne, cultura pop e integrazione occidentale. D’altro pensiero sono i gruppi di attivisti curdi, che vedono il ritorno di Pahlavi spinto da intenti individualistici, più che per una rivoluzione che liberi il Paese. Reza ha sempre sottolineato che la sua posizione non deve essere vista come un ritorno alla monarchia, quanto più come un ponte verso la transizione democratica.
In queste giornate concitate, Reza in un videomessaggio si è rivolto direttamente a Donald Trump, ringraziandolo per aver intrapreso quello che ha definito un “intervento umanitario”, chiedendo «massima cautela» per i civili. La rotta verso il cambiamento ha raggiunto il suo giro di boa, ma mentre i cieli iraniani sono solcati da jet stranieri, Reza Pahlavi sa che l’atto finale non si scriverà a Washington o Tel Aviv, ma tra i vicoli iraniani, dove il grido di un’intera generazione reclama di riprendersi il proprio futuro.