GLI EMIRATI ARABI LASCIANO L’OPEC: LO SCOSSONE PER IL MONDO DEL PETROLIO

Gli Emirati Arabi Uniti sfidano apertamente le petromonarchie. Da venerdì 1° maggio Abu Dhabi lascerà l’Opec e l’Opec+, l’organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio. Così il cartello perde circa il 15% del suo potere.

L’annuncio

La decisione arriva in un momento di alta tensione internazionale a causa della continua apertura e chiusura dello Stretto di Hormuz e dell’aumento dei prezzi del greggio: conseguenze dirette del conflitto scatenato in Iran da Stati Uniti e Israele. Di fronte alla crisi del settore petrolifero, martedì 28 aprile sei Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Oman e Qatar) si sono riuniti in un vertice d’emergenza con due obiettivi. Il primo era trasmettere un senso di unità e il secondo trovare una soluzione alle difficoltà dello Stretto. Aspettative tradite da un annuncio inatteso: gli Emirati lasciano l’Opec, un’organizzazione più grande della Gcc e con una maggiore influenza internazionale.

Cos’è l’Opec

L’Opec nacque nel 1960 dalla collaborazione di Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela per decidere le politiche di produzione tra i principali produttori di petrolio al mondo. Sette anni dopo si aggiunsero gli Emirati Arabi Uniti e oggi l’organizzazione conta 12 Paesi membri: Algeria, Arabia Saudita, Congo, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela. Mentre l’Opec+ comprende anche 10 Paesi produttori, guidati dalla Russia. Dall’organizzazione, però, non ne fanno ancora parte gli Stati Uniti. L’Opec funziona come un cartello: i 12 Stati membri controllano il 79% delle riserve del petrolio e possono così decidere sia le quote di produzione sia i costi del greggio per i Paesi che ne fanno parte.

OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio

Se per esempio per l’Opec i prezzi sono troppo bassi, può decidere di ridurre la produzione portando a una diminuzione dell’offerta e al successivo aumento delle spese. Ma non sempre le decisioni sono prese all’unanimità. A pesare in particolar modo è l’Arabia Saudita, leader dell’Opec in quanto Paese più ricco dell’organizzazione. Gli Emirati rappresentano circa il 15% delle capacità produttive dell’Opec, che ne risulterà quindi indebolita, e ha una grossa capacità di riserva. Inoltre, nel 2022 il Paese produceva 4 milioni di barili al giorno, oltre il 4% del totale mondiale, aggiudicandosi il settimo posto tra le nazioni produttrici.

Le cause

I motivi che hanno spinto Abu Dhabi a uscire dall’organizzazione sono due: la crisi del Medio Oriente e le imposizioni stesse dell’Opec. Dall’inizio della guerra in Iran, i Paesi produttori di petrolio che si affacciano sul golfo Persico sono stati messi in difficoltà. La loro capacità di esportare il greggio è quasi pari a zero e alcuni dei luoghi di estrazione sono inaccessibili in quanto bombardati dall’Iran. Uno degli Stati più colpiti dalla fluttuazione dei prezzi del petrolio sono stati proprio gli Emirati, che si sono così ribellati alle imposizioni dell’Iran con lo Stretto. Abu Dhabi, infatti, non ha solo uno sbocco sul golfo Persico, ma anche sul golfo di Oman e riesce ad aggirare il blocco iraniano di Hormuz. Proprio per questa capacità, gli Emirati hanno deciso di sfilarsi dall’organizzazione e potranno gestire la propria produzione di greggio senza rispettare le imposizioni dell’Opec.

Le tratte degli Emirati per esportare petrolio

La scelta, però, deriva anche da una rottura interna del cartello, guidato principalmente dall’Arabia Saudita. Proprio tra Emirati e Arabia ci sono scontri di lunga durata, in particolare perché nemiche in Yemen dove in una guerra per procura sostengono milizie contrapposte. A ciò si aggiungono rivalità più ampie. Da una parte l’Arabia Saudita sta costruendo un’alleanza militare con Pakistan, Turchia e l’ex rivale Qatar. Dall’altra gli Emirati lavorano una coalizione con Israele, India, Grecia e Cipro.

La frattura interna

Con l’uscita dall’Opec, gli Emirati danno un segnale forte alle petromonarchie. Il conflitto a Teheran vede ai poli opposti l’Oman, che accetta il controllo iraniano sullo Stretto, e gli Emirati, che vogliono portare americani e israeliani a «finire il lavoro». In mezzo a questa polarità, Arabia Saudita e Qatar che vogliono contenere l’Iran e non si fidano degli Stati Uniti. Oltre alla questione politica, pesa il fattore economico. I Paesi dell’Opec non soffrono in maniera uguale la crisi di Hormuz. Emirati, Kuwait e Qatar hanno visto calare i loro introiti dal greggio. L’Oman, dal lato opposto, ha guadagnato il 50% in più perché l’Iran lascia passare liberamente le loro navi nello Stretto. Ancora una volta, l’Arabia Saudita si è trovata nel mezzo. Dipende solo parzialmente dal passaggio, quindi il suo flusso è diminuito, ma è stato bilanciato dall’aumento del prezzo del petrolio.

Il possibile legame con Trump

L’abbandono degli Emirati e il successivo indebolimento dell’Opec potrebbero giovare al presidente statunitense Donald Trump, che più volte si è espresso contro l’organizzazione per le decisioni prese sulla produzione e sui prezzi del greggio. Washington, infatti, è in competizione diretta con l’Opec in quanto è il più grande esportatore di idrocarburi al mondo. Lasciando l’organizzazione, Abu Dhabi potrebbe riallacciare il proprio legame con gli Stati Uniti in un momento in cui le altre petromonarchie si stanno allontanando. I Paesi arabi, infatti, non sono stati consultati prima dell’attacco americano e israeliano e ora stanno subendo forti conseguenze. Per questo, alcuni sovrani starebbero pensando di tagliare i ponti con la Casa Bianca. Tra guerre internazionali, dissapori interni e la perdita degli alleati, per Trump risulta fondamentale la possibilità di avere gli Emirati dalla sua parte.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

No Comments Yet

Leave a Reply