I due Mario a confronto: perché Draghi non è Monti

Una delle principali (e legittime) preoccupazioni suscitate dall’ipotesi di un esecutivo a guida Mario Draghi, nasce dal ricordo del governo di Mario Monti, tutt’ora vivido nella mente degli italiani. Tuttavia, oltre il nome proprio, i legami con l’alta finanza e gli incarichi nelle istituzioni europee, i due “banchieri” presentano pochi aspetti in comune. Vediamo allora perché si può affermare che Draghi non è Monti.

Un contesto diverso

Innanzitutto, lo scopo dei rispettivi mandati è cambiato: mentre Monti veniva incaricato nel 2011 dal presidente Napolitano per ridurre il debito pubblico, Draghi è stato chiamato da Mattarella per investire le risorse del Recovery Fund. Infatti, se un tempo l’Unione Europea ci intimava di tagliare le spese, oggi ci chiede di spendere circa 200 miliardi di € per stimolare la crescita economica nel medio-lungo periodo.

Due scuole diverse

Diverse sono le risposte che Monti e Draghi hanno fornito alla crisi economica del 2008.
Mario Monti, laureatosi all’Università Bocconi di Milano (in cui ha insegnato economia fino a diventarne presidente), una volta nominato premier, ha applicato le politiche economiche restrittive teorizzate dagli economisti Alesina e Ardagna. Famosi per aver sostenuto l’austerità espansiva, i due accademici appartengono alla stessa scuola del professor Monti. Secondo la loro teoria, attuando le politiche del rigore (aumento delle tasse, strette al sistema pensionistico e più in generale: taglio della spesa pubblica) un Paese è in grado di attirare la fiducia di investitori ed imprenditori esteri. Non importa se nel breve periodo si assisterà all’aumento della disoccupazione e alla riduzione dei salari, nel medio-lungo periodo l’economia tornerà a crescere e il debito pubblico risulterà sostenibile.

 

Mario Monti è stato commissario europeo per il mercato interno (1995-1999) e per la concorrenza (1999-2004)

 

Mario Draghi, invece, quando nel 2011 è stato chiamato a ricoprire il ruolo di presidente della Banca centrale europea, ha attuato politiche monetarie non convenzionali di stampo keynesiano. Il governatore si è innanzitutto assicurato la fiducia dei mercati finanziari pronunciando il famoso discorso “Whatever it takes”, con cui ha comunicato l’intenzione di salvare l’Euro ad ogni costo. Successivamente, modificando radicalmente le classiche politiche monetarie della Bce, ha delineato un ingente piano di prestiti alle banche nazionali. Questo ha permesso che gli Stati dell’Eurozona, nonostante la crisi e nonostante l’austerità imposta dalla Commissione europea, potessero contare sulla liquidità emessa dalla Banca centrale, vitale per evitare il definitivo fallimento pubblico.

Poli opposti

Diversi sono anche i riferimenti esteri che hanno influenzato le azioni dei due Mario. Mentre, come dichiarato dall’economista Giulio Sapelli al Giornale: «Monti appartiene alla scuola neoclassica tedesca per la quale il debito pubblico è il numero uno» e quindi è allineato con la visione dell’Eurozona promossa da Angela Merkel; Draghi riscuote particolare credito nei palazzi delle istituzioni statunitensi. Dopo gli studi al Massachusetts Institute of Technology, periodo durante il quale ha conosciuto Ben Bernanke, (attuale presidente della Federal Reserve) l’economista romano ha avuto modo di farsi apprezzare prima per il lavoro svolto alla Goldman Sachs e poi grazie alla collaborazione con Barack Obama in occasione della crisi dell’Eurozona.

Draghi non è Monti

Tuttavia, nonostante i due economisti abbiano pochi profili in comune, non si può dire che un eventuale esecutivo a guida Draghi sarà di tipo politico e non tecnico. Infatti, come sottolineato dall’economista Giampaolo Galli su Repubblica: «Draghi è una persona pragmatica, che raramente si esprime in termini ideologici. Fu il protagonista delle privatizzazioni negli anni Novanta perché quella era la cosa da fare allora, non perché sposasse un’ideologia liberista».

La cosa certa è che l’Italia con Mario Draghi Presidente del consiglio acquisirebbe un nuovo spessore politico anche sul piano internazionale. Se a Washington, preoccupati dalle crescenti relazioni tra Europa e Cina, accoglierebbero con soddisfazione il nuovo inquilino di Palazzo Chigi, a Berlino, dove prevale la voglia di autonomia dagli Stati Uniti, non ci sarebbe altrettanto entusiasmo. Del resto, Draghi non è Monti.

 

 

Alessandro Bergonzi

Giornalista praticante

Nato a Roma, cresciuto a Imperia. I libri di Terzani mi hanno insegnato a sognare, una laurea in Giurisprudenza mi ha permesso di riflettere. Sono entrato nel mondo del giornalismo con la passione per la geopolitica. Oggi cerco notizie, possibilmente da approfondire.

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