Dai graffiti alle carte Disney: il viaggio creativo e “l’arte pirata” degli Art of Sool

Dalla nebbia creativa di un appartamento a Brescia nel 2010 ai murales per i mondiali di skate a Roma. Ma anche le carte collezionabili e gli accendini, «una superficie difficilissima su cui dipingere». La storia degli Art of Sool è quella di tre ragazzi della Val Camonica — Mark, IlClod e Nickneim — che hanno trasformato la loro passione per i graffiti, l’illustrazione e l’arte in un mestiere, senza mai perdere quell’estro e la naturalezza che li contraddistingue. «La via da pirata», come dicono loro.

Da scommessa tra amici a realtà iconica, il gruppo ha saputo codificare un’estetica dove l’animazione classica incontra il muro. In questa intervista, Claudio Cretti (IlClod) ci svela i retroscena di una firma collettiva unica come la loro e la filosofia di chi, pur avendo collaborato con brand di fama internazionale, conserva ancora la voglia e la fame degli inizi.

Partiamo dalle origini. Come è nato il gruppo Art of Sool?

«Era il lontano 2010. Ci siamo trovati a condividere un appartamento a Brescia, in zona Borgo Trento. Io tornavo da un’esperienza a Firenze dove studiavo cartoni animati, ma non stavo imparando quello che volevo. Mark, che è uno dei miei migliori amici, mi disse: “Vieni qui, ci sono altri matti che conosci” come Roby, che è tutt’ora il nostro fotografo. E così è stato. Eravamo in cinque all’inizio, un po’ sgangherati, non proprio alunni modello. A vent’anni ci siamo detti: o ci rimbocchiamo le maniche o sprechiamo le nostre vite. Abbiamo unito le forze perché da soli, in un contesto come quello della provincia, è difficile emergere se hai una voce fuori dal coro. Il primo vero murale degli “Art of Sool” è nato proprio in quella casa, dopo una sessione di freestyle tra me, Mark e Nick. Spero ci sia ancora!».

Tre teste, uno stile inconfondibile. Quali sono le vostre influenze?

«Ognuno di noi ha portato il suo background. Io arrivo dal fumetto e dall’illustrazione: sono cresciuto con Lupo Alberto, Cattivik, Jacovitti, Silver. Nick invece è il “puro”, quello che ha sempre avuto lo spray in mano e ci ha portato la cultura dei graffiti. Mark è una spugna: arrivava dalla musica, ha assorbito le nostre influenze e le ha rielaborate con una ricerca più legata alla natura. Ma c’è una cosa che ci ha sempre messo d’accordo tutti: l’amore per l’arte classica. Davanti a un bel quadro ci fermiamo tutti e tre, anche se sembra la cosa più lontana da quello che facciamo».

I vostri lavori sono esplosioni di dettagli. C’è una palette di colori che vi identifica?

«Più che una palette specifica, direi che è il modo in cui usiamo il colore. Non facciamo mai “arlecchinate”, non buttiamo colori a caso. Cerchiamo di darci un tono usando tre o quattro colori che stanno bene insieme, magari lavorando sulle sfumature. Ma il vero marchio di fabbrica è il tratto: i nostri personaggi “scoppiati” e l’impostazione dell’opera ci rendono riconoscibili. Cerchiamo di essere meno colore e più tratto».

Avete collaborato con giganti come Red Bull, Marvel, Panini. Qual è il progetto che vi ha stimolato di più?

«Sicuramente lavorare con Dario Moccia è stato fondamentale. È il nostro art director e grazie a lui abbiamo lavorato a progetti incredibili come Flashback e Disney Anthology per Panini. Per me, che vengo dal mondo dei cartoni, fare una carta lenticolare Disney partendo dalla Val Camonica è stata un’esperienza bellissima. Ma ogni collaborazione è una medaglia: Panini ci contattò nel 2018 per l’agenda 2019 e non ci credevamo, pensavamo fosse uno scherzo!».


Avete dipinto ovunque: muri, tele, oggetti. Qual è stata la superficie più difficile?

«Ce ne sono state due estreme. Da un lato la Cisterna, 480 metri quadri di superficie. Dall’altro, all’opposto, i Clipper. Ci hanno chiesto una collezione a mano libera: abbiamo dovuto disegnare circa 200 accendini a testa, tutti uguali, su una superficie curva e minuscola di pochi centimetri. La vista ne ha risentito!

Un’altra sfida enorme è stata lo skate park The Spot a Roma in collaborazione con Big Babol per i mondiali di skateboard. Abbiamo lavorato per un mese mentre gli atleti si allenavano: dovevamo continuamente spostare le transenne per segnalare dove stavamo dipingendo per non prenderci uno skate in faccia. E dovevamo usare vernici speciali non scivolose, perché se ci vai sopra con le ruote non devi cadere, doveva essere tutto calcolato alla perfezione».

Oggi l’arte si scontra con la tecnologia e l’AI. Come vi ponete?

«Io sono sempre stato per l’analogico: matita, china, mano libera. Però la tecnologia aiuta tantissimo, soprattutto per risparmiare tempo e gestire le modifiche. L’iPad è fondamentale. L’Intelligenza Artificiale non mi spaventa, anzi: credo che diventerà un filtro. Se il mercato si riempie di immagini generate dall’AI, la gente cercherà ancora di più l’artista, la “testolina” e la mano umana che c’è dietro. L’AI è uno strumento, ma l’input creativo e la visione devono partire da noi».

Il vostro legame con la Valle è molto forte, ma è un territorio che spesso può risultare “chiuso”. Com’è viverlo da artisti?

«È un paradosso incredibile. A volte la Valle è arida culturalmente: se dici che hai lavorato per brand di alta moda come Bikkembergs, storpiano il nome in dialetto e ti guardano come se volessi rubare la luna. A volte magari sei andato troppo avanti per il posto in cui sei e quindi anche le parole sono sbagliate per le persone che ci sono qui. Eppure, non andrei mai via.

Il murale di Hilda Berg I, uno dei cattivi del videogioco Cuphead, degli Art of Sool a Berzo Inferiore (BS)

Vivo in un paesino sperduto, nel bosco. La Valle ti insegna a rimanere con i piedi per terra. Anche se lavori per un grande brand, non diventi Superman, sei sempre lo stesso del giorno prima. Per noi è un vanto poter realizzare in un posto come Berzo Inferiore dal signor Gelfi il murale di Hilda Berg I (uno dei boss del videogioco Cuphead), l’unico “graffito collezionabile” del pianeta in un posto così inaspettato».

Vi sentite arrivati?

«Assolutamente no. Ogni collaborazione è una prova del fatto che stiamo andando nella direzione giusta, che ci stiamo muovendo bene. È gratificante potersi presentare con un portfolio serio, perché all’inizio, quando sei un ragazzino con la bomboletta in mano, nessuno ti dà fiducia. Oggi invece ci ascoltano in un altro modo. Ma la fame di fare cose nuove c’è sempre».

E il futuro?

«Ora stiamo investendo sulle nuove leve, gli Art of Sool Rookies. Sono ragazzi giovanissimi, di 20-21 anni, pieni di talento. Vogliamo evitare che finiscano a fare lavori che non c’entrano nulla con la loro arte, come è successo a noi all’inizio. Se avessimo avuto qualcuno di più esperto a guidarci a vent’anni, sarebbe stato tutto più facile. Ora vogliamo essere noi quelle figure per loro».

Questa è stata la nostra chiacchierata con i ragazzi degli Art of Sool. Una realtà che dimostra come la creatività non abbia bisogno di grandi metropoli per emergere, solo delle persone giuste (soprattutto gli amici) intorno e della voglia di non smettere mai di fare. Se volete seguire la loro arte, scoprire i progetti in corso e non perdervi le novità sugli Art of Sool e i loro Rookies, potete trovarli sui loro canali social (@artofsool e @aos_rookies) e sul sito ufficiale (artofsool.com) per vedere le loro collaborazioni e le loro opere inconfondibili. Dategli un’occhiata: difficilmente dimenticherete quei personaggi “scoppiati” una volta che li avete visti.

Uno dei murales dello skatepark The Spot a Roma realizzato dagli Art of Sool per i mondiali di skateboard
Roberto Manella

Onnivoro di sport, ma i motori sono la mia scintilla. Non chiedetemi di scegliere: mi troverete sveglio alle tre del mattino per una pole o un quinto set. Se c'è competizione nell'aria, non importa l'orario, io ci sono. 🏎️ ⚽ 🎾 🎯 ⛷️

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