A L’Avana basta percorrere qualche isolato fuori dai circuiti turistici per imbattersi in un cartello scritto a mano su un portone socchiuso: comida casera, cibo fatto in casa. Dietro c’è una donna anziana che ha trasformato il suo salotto in sala da pranzo. È una scena comune nell’isola, il volto più antico e tenace di un popolo che ha resistito per decenni al soffocamento economico. Ora, per la prima volta dalla rivoluzione del 1959, quella logica di sopravvivenza sta diventando politica ufficiale con 176 misure per aprire Cuba al libero mercato.
Le misure
La riforma è stata presentata all’Assemblea nazionale dal primo ministro cubano, Manuel Marrero. Non sono stati ancora resi pubblici né il testo nella sua interezza né i tempi dell’attuazione. Ciò che è certo è che porterà un cambiamento in ogni settore dell’economia cubana attraverso una decentralizzazione rispetto al controllo dello stato, senza però costituire una deviazione al progetto socialista. I provvedimenti prevedono una maggiore apertura di banche e casse di cambio private, rapporti più agevolati tra aziende cubane e straniere e un incoraggiamento verso gli investimenti esteri.

In questo modo, gli imprenditori cubani avrebbero una libertà più ampia nelle scelte d’impresa, per esempio nelle assunzioni, diventando maggiormente autonomi. A ciò si aggiungono anche nuovi operatori nel settore turistico e una riduzione dei sussidi che avevano garantito ai cubani i prodotti di base a prezzi calmierati. Le 176 misure previste porterebbero così a una riforma radicale dell’economia dell’isola, destinata a liberalizzarsi e decentralizzarsi.
La crisi
Il cambiamento proposto da Marrero rappresenta la più grande riforma economica dal 1959, anno della vittoria della rivoluzione castrista. Con il regime L’Avana conobbe la nazionalizzazione di grandi aziende private, banche e attività commerciali, con il conseguente controllo quasi totale dello Stato in ogni ambito. Un mantra che è andato avanti per decenni senza mai essere messo in discussione. Neanche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, storica partner di Cuba, che portò alla prima grande crisi economica dell’isola. Nel corso degli anni furono introdotti correttivi occasionali, ma non fu mai messo in discussione la possibilità di superare il controllo economico da parte dello Stato. Solo nel 2021 ci fu uno spiraglio di novità con l’autorizzazione da parte del governo di Miguel Díaz-Canel di far nascere piccole e medie imprese private.
Il lavoro in casa
Ma la crisi non si legge solo nelle statistiche o nei decreti governativi. Si legge nei portoni socchiusi di L’Avana, nei paladares, i ristoranti ricavati nei salotti di casa, e nelle casas particulares dove famiglie intere vivono di turismo. Si chiama cuentapropismo, il lavoro in proprio. Riso e fagioli neri, ropa vieja, platano fritto, serviti su tovaglie stirate con cura a pochi pesos convertibili. È il volto più antico dell’economia informale cubana, quella che non passa per i decreti del Partido né per le statistiche ufficiali, ma che da decenni tiene in piedi famiglie intere.

Secondo le stime, nel 2025 erano quasi 10 mila le imprese private attive sull’isola, dal settore dell’ospitalità alla logistica. I tassisti con la Lada del 1975, i venditori di sigari artigianali, i musicisti di strada. Ogni cubano ha trovato il suo modo di intercettare i dollari dei turisti, l’unica valuta che in un’economia soffocata dall’embargo vale davvero qualcosa.
Il blocco statunitense
La modernizzazione è la risposta di un Paese in difficoltà a causa del blocco petrolifero imposto da Donald Trump a gennaio. Una decisione che si è sommata alle sanzioni già esistenti ed è stata solo l’ultima goccia di una crisi che va avanti da anni. E che ha visto Cuba scontrarsi con il crollo del turismo, l’inflazione, l’emigrazione sempre più alta e l’inasprimento dei rapporti con Washington. Con l’imposizione del tycoon tale situazione è degenerata e L’Avana si è trovata senza le scorse necessarie di petrolio e l’appoggio di alleati quali Venezuela, Russia, Messico e Cina. Alla situazione già critica si sono aggiunte le incriminazioni contro Raul Castro, il presidente Díaz-Canel e altri esponenti del regime cubano. Le prime dirette verso politici e non verso il regime in generale.

Molti analisti, inoltre, sottolineano la somiglianza con ciò che è successo a Caracas. All’incriminazione federale verso il dittatore Nicolas Maduro era seguito il blitz per deporlo e imporre un governo amico della Casa Bianca. E un’altra somiglianza tra Venezuela e Cuba risiede proprio nel blocco navale voluto da Trump per i due Paesi e i vari tentativi falliti di arrivare a una pace. Nonostante queste somiglianze e la volontà del tycoon di creare un “giardino di casa” nel Sud America, gli Stati Uniti ora non dispongono delle risorse militari per colpire l’isola, dato che le loro forze sono impegnate nel conflitto in Iran.
Il modello Cina e Vietnam
Nell’attesa di un negoziato definitivo tra L’Avana e Washington, per Cuba è stato fondamentale modernizzare il sistema, facendo riferimento a Stati come Cina e Vietnam. Entrambi socialisti e aperti all’economia di mercato. La logica della riforma è di mantenere il controllo politico nelle mani del Partito Comunista. Ma allo stesso tempo ampliare il ruolo del mercato e dell’iniziativa privata. Il tutto senza piegarsi alle volontà degli Stati Uniti, che vorrebbero invece un’apertura economica per rovesciare il governo e instaurarne uno più amico.