“Cime tempestose”: il tonfo d’autore del film di Emerald Fennell

Le virgolette nel titolo non lasciano spazio ai dubbi: “Cime tempestose” non è un adattamento fedele. Ma il vero tradimento, il punto di non ritorno, sta nella lapidazione della sua complessità.
La storia d’amore tra Heathcliff e Catherine è incastonata nella ricostruzione dello Yorkshire, una contea barocca in cui gli eccessi visivi divorano le emozioni.

La conflittualità tra Eros e Thanatos

L’ultimo lavoro di Emerald Fennell è una scialba rivisitazione di un classico della letteratura ottocentesca. L’atmosfera gotica del romanzo di Emily Brontë diventa, in questa audace rilettura, un adattamento pacchiano e poco incisivo. Tanto caotico quanto banale. Il gioco instancabile nel confine bifronte tra il sesso e la morte sfrutta i corpi-oggetto di Jacob Elordi e Margot Robbie per creare una tensione sovraccaricata dalla messa in scena e spezzata dai dialoghi.

L’inizio è però suggestivo: dallo schermo nero una serie di gemiti e cigolii sembrano preludere a un rapporto sessuale, quando invece scopriamo che si tratta di un’impiccagione eseguita tra la folla esultante e festosa, eccitata dallo spettacolo. L’impiccato non muore immediatamente. La reazione del corpo gli causa un’erezione. Il legame fisiologico, quasi naturale e inestricabile delle due pulsioni è il primo accostamento tematico del film.

Jacob Elordi (Heathcliff) in un dialogo con Margot Robbie (Catherine) nella magione Linton

Fatta eccezione per la prima sequenza (che introduce il tema in maniera efficace) Eros e Thanatos non solo non si fondono, ma non riescono nemmeno a inspessire una sceneggiatura piatta e monodimensionale. Neanche i costumi sfarzosi danno colore alle battute, che risultano scialbe e riflettono la sostanziale banalità dei protagonisti, imbalsamati in ruoli macchiettistici e fuori parte. I due feticci, le star hollywoodiane, sostituiscono i caratteri originali con dinamiche relazionali impoverite e a tratti grottesche che riducono la pellicola a una rom-comedy per adolescenti.

I corpi di Jacob Elordi e Margot Robbie come feticcio del romanticismo

Anche la colonna sonora risulta fastidiosa e poco pertinente. Le note contemporanee del pop elettronico aggiungono solo rumore e amplificano il tono saturo e artificioso del romanticismo. Il voyeurismo, il desiderio di vendetta e la difficile gestione dei rapporti familiari sono solo abbozzati. Probabilmente uno dei personaggi più interessanti è la sorella adottiva di Catherine, Nelly Dean (interpretata da Hong Chau), la cui rapacità le impedisce di gioire di ogni successo della sorella, per cui prova segretamente anche una passione incestuosa.

Margot Robbie nella sua stanza, rivestita da una superficie che ne imita la pelle

La Fennell aveva esordito con Promising Young Woman, un interessante revenge movie al femminile, prima di dirigere Saltburn, in cui la debole critica alla società mischiava gli elementi pasoliniani di Teorema. Questa volta si presenta con un film ispirato a Marie Antoinette di Sofia Coppola, ma finisce per esserne una plastica rappresentazione.

Della contrapposizione tra gli Earnshaw e i Linton non resta che l’ingombro scenico. La sporcizia fumettosa della famiglia di Catherine si scontra con l’ampollosità stucchevole e informe della magione. Una maldestra ricostruzione postmoderna che sostituisce lo scontro caratteriale degli abitanti di Wuthering Heights, vulcanici e mansueti allo stesso tempo.

Le scenografie si sforzano di far respirare, trasudare le sensazioni di Catherine, restituendo però una finta carnalità all’opera. La stanza della donna sembra fatta della sua pelle: venature, nei e il colore roseo della carta da parati la avvolgono tra le pareti. È evidente il rimando visivo ed estetico a Sussurri e grida di Ingmar Bergman, che in quel caso con il rosso acceso degli interni esplodeva brillantemente i conflitti familiari di tre sorelle.

L’esplosione del rosso nella stanza come ulteriore richiamo a “Sussurri e grida” di Bergman

È come se le ricostruzioni sceniche trasponessero sentimenti ed emozioni dei protagonisti senza renderli giustizia. Tanto più alto lo sforzo di esteriorizzarli, tanto più vuota ed esangue la complessità psicologica.

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