Per la 21esima volta in 118 anni di storia, dal cielo di Milano si propaga un nerazzurro che colora l’Italia intera. Alle 22:39 del 3 maggio il triplice fischio del direttore di gara Kevin Bonacina sancisce la vittoria dello scudetto dell’Inter. Sembra strano dirlo, ma i nerazzurri tornano a vincere un campionato nel proprio stadio dopo 37 anni, dalla stagione 1988/1989. Sì, perché quando l’Inter vinse il tricolore della seconda stella nel derby alla 33esima giornata della stagione 2023/2024, “in casa” ci giocavano i cugini del Milan.
Caschetto
«No, non può allenare l’Inter. Non ha esperienza». Al momento del suo arrivo sulla panchina nerazzurra, Cristian Chivu è stato accolto tra non pochi dubbi e malumori. Alla fine però ha avuto ragione lui. Campione con tre giornate di anticipo, a +12 punti sul Napoli momentaneamente secondo, e ancora in corsa per conquistare il Doblete nella finale del 13 maggio all’Olimpico contro la Lazio.
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Lo scudetto la sua squadra se lo è cucito sul petto con la vittoria per 2-0 contro il Parma, quella stessa squadra che nella stagione 2024/2025 aveva visto Chivu sedersi per la prima volta su una panchina professionistica. È proprio il destino ad aver orchestrato questo cerchio perfetto. Ora la storia del tecnico romeno è davvero legata a doppio filo a quella del club con cui ha scritto la storia.
Nella storia dell’Inter solo Armando Castellazzi, negli anni ’30, era riuscito a vincere il campionato da giocatore e poi da allenatore dei nerazzurri. Una stagione da debuttante assoluto a dir poco travolgente. Con 48 panchine in Serie A all’attivo, è il secondo allenatore con meno presenze prima di vincere il titolo. Il detentore del record? Un certo José Mourinho, lo Special One. Chivu però non ha mai voluto essere Mourinho. Ha sempre voluto essere sé stesso.
Visione da maestro
E non era scontato arrivarci. In prima battuta il club si era mosso per ingaggiare Fabregas. Il tecnico del Como sembrava il prescelto per la fase successiva al turbolento addio di Simone Inzaghi — una fase particolarmente delicata, considerando le scorie di quel 31 maggio all’Allianz Arena. Dopo il rifiuto dello spagnolo, arriva l’intuizione: perché non puntare su qualcuno che l’Inter ce l’ha nel DNA?
La squadra intanto sembrava pronta a sfaldarsi da un momento all’altro. Çalhanoğlu, in rotta con la società, appariva sempre più vicino al Bosforo. E in estate, complice anche la deludente eliminazione al Mondiale per Club, anche Thuram aveva fatto sentire il proprio malcontento. La coppia Marotta-Ausilio si mette a caccia sul mercato. Lookman e Koné: obiettivi ambiziosi che purtroppo non si materializzano. È allora che emerge lo spessore di Chivu: punta su Pio Esposito. Nel giro di poche partite il classe 2005 diventa un’arma fondamentale. Chivu lo lancia, lo responsabilizza, e Pio risponde da protagonista mettendo in mostra i muscoli.
Gli irriducibili
E lo scudetto porta con sé il peso e la gloria dei totem. Lautaro Martinez, che si appresta a laurearsi per la seconda volta capocannoniere. Federico Dimarco, protagonista assoluto sulla fascia sinistra con 6 gol e 18 assist (un record). E soprattutto, proprio lui, Hakan Çalhanoğlu. Da quel momento che sembrava di rottura totale, Hakan è tornato prepotentemente al centro del mondo Inter. Dodici reti stagionali, indelebile quella del 45+2′ che ha segnato il sorpasso nella vittoria per 5-2 contro la Roma, la spallata definitiva alla corsa al titolo. Una traiettoria ad arco di potenza devastante che ha mandato in estasi il Meazza.
A doppio filo
Un finale da favola per Cristian Chivu, che dopo sole tre partite per molti era già alla porta. Dopo la sconfitta con il Napoli, il termometro del gradimento arriva ai minimi. Il romeno sceglie di sfruttare una comunicazione inedita: «Voglio cambiare questa mentalità basata sulle lamentele». Da quel giorno, il mantra non cambia più: testa bassa e pedalare.
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— Inter ⭐⭐ (@Inter_en) May 3, 2026
Da lì l’Inter non si ferma più. Schiaccia le avversarie, cede nei derby, ma mette in fila 14 vittorie e 1 pareggio. In Europa i nerazzurri sono un po’ stonati (fuori contro il Bodø/Glimt), ma in campionato suonano una meravigliosa sinfonia. Ciliegina sulla torta quella rimonta da Pazza Inter contro il Como di Fabregas: una rivincita servita a puntino.
Un’opera corale che porta la firma di un grande direttore. Anche Jan Sommer ha detto la sua con 17 clean sheet. E in fondo è questa l’impronta di Chivu: nessun protagonismo, solo un meccanismo oliato. Il prossimo obiettivo? La finale di Coppa Italia, per il Doblete, per la consacrazione definitiva di un allenatore che nessuno voleva. Un Triplete alla prima, d’altro canto, sarebbe stato un peccato di hubris.