«Oggi il rischio più grande è che la democrazia vada al collasso». A dirlo è stato Bill Emmott, già direttore di The Economist e Visiting Professor dell’Università Iulm, durante il workshop “Le sfide del giornalismo internazionale” dedicato al racconto delle dinamiche globali tra informazione, geopolitica e disinformazione.
Chi è Emmott
Emmott attualmente scrive per La Stampa ed è presidente di The Wake Up Foundation, un’organizzazione benefica co-fondata con la regista italiana Annalisa Piras e dedicata all’utilizzo del cinema e del giornalismo per favorire la comprensione delle sfide che devono affrontare il declino delle società occidentali. Durante la sua carriera giornalistica, si è interessato alla copertura di importanti trasformazioni globali, dalla fine della Guerra fredda all’ascesa della Cina e all’evoluzione dell’integrazione europea. Oltre ad avere un interesse anche per il Giappone, il cui governo gli ha conferito l’Order of the Rising Sun: Gold Rays with Neck Ribbon per i servizi alle relazioni Regno Unito-Giappone nel 2016.
Il lavoro del giornalista
L’incontro è stato l’occasione per approfondire il ruolo del giornalista nel raccontare un mondo sempre più interconnesso e al tempo stesso frammentato. E partendo da questo, Emmott ha affrontato i temi della costruzione delle narrazioni di guerra, la copertura delle elezioni e della finanza globale e le dinamiche della diplomazia climatica.

Particolare attenzione è stata dedicata alle sfide che i giornalisti affrontano oggi nel muoversi tra propaganda, disinformazione e pressioni nazionaliste, mantenendo accuratezza, equilibrio e indipendenza. Esemplare è la narrazione della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. «È difficile riuscire a raccontare il conflitto, perché è come se ci fosse una nebbia sulle notizie» ha dichiarato. E ha aggiunto che «la cosa più importante per i giornalisti, dopo aver trovato le informazioni, è controllare le varie fonti, fare attenzione ai video che vengono pubblicati e confrontare le fotografie postate con le immagini satellitari. Questo vale non solo per le notizie ufficiali provenienti dall’Iran, ma anche quelle che arrivano dagli Stati Uniti».
Le differenze tra Italia e l’estero
Emmott si è poi posto una domanda fondamentale per il mondo del giornalismo. Qual è la reale differenza tra la forma scritta e televisiva? Due realtà che non sono opposte, ma complementari. «Il medium scritto permette un maggiore approfondimento, ma allo stesso tempo i programmi televisivi aprono al dibattito». Ma soprattutto ha sottolineato che «la distinzione più importante è sul modo in cui i giornali italiani e stranieri parlano di una notizia. Le testate locali tendono a fare una narrazione del fatto, dedicando a un singolo argomento molte pagine. I media internazionali, invece, sono più oggettivi e hanno un’impaginazione tale da avere una divisione in paragrafi, che aiuta a concentrarsi sulla notizia».
Durante il workshop, infine, è stato approfondito il lavoro dell’inviato all’estero. «Un incarico fondamentale perché il giornalista deve comprendere i contesti politici e culturali, interpretare le strutture di potere locali e costruire fonti affidabili oltre le barriere linguistiche e culturali».
Le sfide della contemporaneità
Le democrazie occidentali oggi tra guerre, crisi globali e leader che agiscono sempre di più in modo indipendente vanno incontro a molte sfide. «Il rischio più grande che stiamo correndo è che la democrazia abbia un collasso nel Paese più importante del mondo, ovvero gli Stati Uniti». Washington, infatti, è un simbolo per il futuro dell’Occidente, ma il pericolo più grande è Donald Trump. «Il suo circolo proverà a non abolire la democrazia, ma manipolarla come hanno fatto Victor Orban in Ungheria e Vladimir Putin in Russia».
In italia
Invece, guardando al contesto politico italiano, si è chiesto: «La sinistra come può tornare a guidare il Paese se non ha un leader abbastanza forte che la rappresenti?». A dare speranza, però, è il mutato atteggiamento dei cittadini. «Ora c’è un maggiore senso della realtà economica, sociale e politica. Nel periodo di Silvio Berlusconi c’era un’atmosfera di fantasia, come se le persone avessero gli occhi chiusi». Una forte critica verso gli italiani dell’epoca, che nel suo ha accusato di ignavia. Una mancanza di coraggio morale dietro l’incapacità dei cittadini di agire di fronte al declino del Paese.

Oggi, però, la situazione sembra essere cambiata. «Per fortuna, mi sembra che ora l’Italia non sia più in coma» ha detto Emmott. Ma la sfida da dover affrontare è un’altra. Ed è molto più dura. «La popolazione invecchia sempre più e il tasso di natalità crolla. È un peso enorme, che grava sulle spalle del Paese».
La globalizzazione
Un mondo che è diventato sempre più complesso e che presenta un altro grande interrogativo. Dopo 40 anni di globalizzazione, stiamo entrando in una fase diversa di deglobalizzazione o semplicemente in una nuova forma? «La globalizzazione dopo tutti questi anni è diventato un fenomeno molto più ampio – ha detto Emmott – È diventata più intensa dopo l’apertura della Cina e soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda». Con il secondo mandato di Donald Trump, i dazi da lui imposti e la politica di America First «abbiamo un senso di deglobalizzazione, ma al contrario c’è la forza della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e del mondo digitale». Un potere molto più grande della politica per la globalizzazione, per la distruzione della lontananza nel mondo economico, sociale e politico.