#staizitta giornalista!: intervista a Silvia Garambois sul linguaggio dell’odio

Un gruppo di uomini che insulta una donna prendendo di mira il suo corpo e utilizzando termini che la paragonano a un animale o che incitano allo stupro: quante volte abbiamo assistito a questa scena nei parchi, bar, per strada, sui social media, ma anche in luoghi in cui il sessismo dovrebbe essere contrastato più duramente. “Scrofa”, “vacca”, “rana dalla bocca larga” sono solo alcuni degli insulti che Giovanni Gozzini, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Siena, ha rivolto a Giorgia Meloni durante una trasmissione radiofonica. Episodi come questo, che coinvolgono donne che hanno un ruolo istituzionale o di diffusione dell’informazione, hanno ispirato la raccolta #staizitta giornalista! di Silvia Garambois e Paola Rizzi, membri di GiULiA Giornaliste.

Com’è nato il progetto #staizitta giornalista! e a chi è rivolto?

Il progetto #staizitta giornalista! è nato da un lavoro quantitativo e qualitativo, effettuato attraverso lo studio degli algoritmi, di raccolta delle reazioni sui social nei confronti delle giornaliste. In seguito alle minacce concrete di stupro e manifestazioni d’odio sul web abbiamo sentito il bisogno di intervenire.

Chi sono i promotori del progetto?

Il progetto è di GiULiA Giornaliste e raccoglie le interviste di giornaliste vittime di hate-speech. In un capito di #staizitta giornalista! abbiamo raccontato il lavoro che abbiamo fatto l’anno scorso insieme a Vox Osservatorio Italiano dei Diritti alla Mappa dell’intolleranza, alla Statale di Milano e alla Sapienza di Roma. Attraverso gli algoritmi di Twitter, Facebook e degli altri social abbiamo selezionato alcune voci. Abbiamo scoperto che su Facebook l’odio è peggiore rispetto agli altri social. Appoggiandoci ad associazioni come Amnesty, Action aid e ad alcuni dipartimenti universitari abbiamo creato la Rete nazionale di contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio. Il libro non è un punto di arrivo, ma una denuncia informata.

Che metodo è stato utilizzato per rielaborare i dati?

Attraverso un’inchiesta giornalistica abbiamo controllato che cosa è stato fatto fino ad oggi in Europa e in Italia per contrastare l’odio nei confronti delle giornaliste, e quali provvedimenti hanno preso Google e Twitter. Nel libro abbiamo raccolto i dati per stendere una base scientifica per studiare questo fenomeno. Tra i casi citati figurano quello di Marilù Mastrogiovanni, vittima di email-bombing, o della direttrice del Giornale di Brescia, Nunzia Vallini, che ha preso la decisione di cancellare la pagina social del suo giornale a causa degli insulti ricevuti.

#staizitta giornalista! di Silvia Garambois e Paola Rizzi

In che modo il linguaggio ha un ruolo fondamentale nella discriminazione di genere e come si combatte questo fenomeno?

Sono stati fatti grandi passi avanti in questo senso. Pochi anni fa era scandaloso dire “ministra”, “sindaca”, ecc. Ora invece si tende a dare alle donne quello che è delle donne. Quando facevamo i corsi sul linguaggio sessuato presentavamo titoli di giornale in cui era impossibile capire se si parlasse di una donna o di un uomo. Riconoscere il ruolo è un passo davvero importante per la democrazia. Il ruolo dei giornali è fondamentale in questo, soprattutto nei confronti delle lettrici e dei lettori. Se devo parlare di una donna che ricopre un ruolo istituzionale, utilizzerò sempre il termine declinato al femminile, non importa il rapporto che ho con lei o se lei vuole che venga usato il termine maschile: è importante l’utilizzo corretto della lingua italiana.

Proprio in questa settimana è stato sospeso il professore dell’Università di Siena che ha insultato Giorgia Meloni.

È un episodio gravissimo. Non è la prima volta che un docente viene sospeso per sessismo, è successo tempo fa anche a Bari. In questo caso si parla di un attacco ad una politica. Se si fosse trattato di un uomo, Gozzini non avrebbe utilizzato gli stessi termini. Le emittenti televisive e radiofoniche devono trovare il modo per mettere un freno a questo fenomeno. Quando accade sulla Rai è molto peggio, perché fornisce un servizio pubblico. Mi riferisco soprattutto agli episodi in cui Freedman ha chiamato Melania Trump “escort” o quando è stato creato un tutorial su come essere sexy mentre si fa la spesa. Questi episodi scatenano solo risolini, ma non ci sono vere conseguenze.  Il mezzo televisivo è delicatissimo. È necessario che vengano istituiti degli “anticorpi” all’interno delle redazioni per scongiurare questi comportamenti.

Chiara Zennaro

Sono laureata in Lingua e Letteratura russa e inglese. Mi interesso di esteri e di cultura e spettacolo. Twitter: @zennaro_chiara

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