St. Ambroeus, il calcio popolare che unisce le persone

Il nome è quello del santo patrono cittadino. I colori sono gli stessi di Milano, il bianco e il rosso. Lo stemma raffigura un piccione, animale comune in città e simbolo di umiltà, di migrazioni e della volontà di volare in alto. Carica di questi significati, nasce nel 2018 la prima squadra di calcio milanese composta da rifugiati e richiedenti asilo iscritta alla FIGC: il St. Ambroeus FC. Ma, con gli anni, la società si allarga a persone d’ogni tipo: italiani e stranieri, ragazzi con e senza documenti, immigrati di prima e seconda generazione.

La comunità St.Ambroeus

Alla base del St. Ambroeus c’è la volontà di permettere a tutti, in quanto esseri umani, di giocare a calcio. L’idea di usare il linguaggio universale dello sport per unire le persone. Per integrarle nel tessuto cittadino. Per superare le barriere architettoniche – i muri dei centri d’accoglienza – e linguistiche. Come spiega uno degli allenatori, Federico Gavazzi: «Il St. Ambroeus è una comunità. Un progetto sociale che vede nel calcio un formidabile veicolo di amicizia e integrazione». Una sorta di porto sicuro per tutti. Qualcosa di simile all’idea di casa. Per Jonathan Misrachi, centrocampista e direttore sportivo, il St. Ambroeus è un’esperienza di «calcio popolare», perché «vuole contrapporsi al calcio che conosciamo tutti: un’industria basata sulla spettacolarizzazione, sui profitti, sulla mercificazione. Noi vogliamo riportare questo sport ai suoi valori più importanti: il gioco collettivo e la competizione sana».

Come nasce il club

Ma facciamo un passo indietro. Il St. Ambroeus nasce nel 2018 dall’unione di due squadre dei centri d’accoglienza di Milano: i Corelli Boys e i Black Panthers. La squadra è inizialmente composta solo da richiedenti asilo e rifugiati africani. Ma riesce a iscriversi alla FIGC, grazie ai fondi raccolti con una campagna di crowdfunding promossa sui social. Così, la squadra comincia il campionato, sempre seguita dai suoi tifosi, specie i numerosi e rumorosi ultras dell’Armata Pirata.

Come racconta Tommaso Cohen, socio fondatore e primo giocatore italiano del St. Ambroeus, l’integrazione è tale solo se la squadra può allargarsi potenzialmente a tutti. Così da diventare davvero «uno specchio della società» e del territorio milanese. Ma l’obiettivo iniziale è anche uscire dalla situazione di precarietà: la squadra non è nemmeno certa di arrivare a 11 calciatori la domenica. Perché chi non ha i documenti e la residenza può solo allenarsi, ma non iscriversi alla FIGC e giocare le partite. E comunque tesserare ragazzi africani richiede molto tempo. Così, nella squadra entrano persone esterne ai centri d’accoglienza, spesso con altre storie di immigrazione e povertà.

Nel settembre 2019 il St. Ambroeus si sposta dal campo di Porto di Mare a quello di piazza Abbiategrasso. Lo stesso anno forma una sorta di consorzio di associazioni: la Fair Play Arena, insieme a due realtà più antiche e strutturate. Cioè la Stella Rossa, squadra di rugby, e la No League, progetto di avviamento al calcio nei centri di aggregazione giovanile. In piena pandemia, nel settembre 2020 le tre società prendono in gestione per 12 anni il centro sportivo di Gorla, dove giocano ancora oggi. Questo campo assicura maggiore stabilità e visibilità al progetto: la posizione è ottimale, su viale Monza, vicino alla metro. Durante il periodo delle zone colorate, le tre società e i tifosi ridipingono il centro sportivo ed eseguono interventi di manutenzione.

Il St. Ambroeus esulta
La ripartenza

Dopo un anno di stop, a settembre 2021 riparte la nuova stagione. Il St. Ambroeus può contare su molti più giocatori, avendo assorbito il Deportivo Milano, una squadra di sudamericani e centroamericani con un simile progetto di integrazione. La stagione 2021-22 è particolarmente fortunata: il St. Ambroeus vince il campionato e sale in seconda categoria. Sul finire del 2021 sono realizzati altri due progetti da tempo in cantiere. Una seconda squadra maschile, iscritta alla federazione CSI, per far giocare anche chi non può tesserarsi a causa delle regole stringenti della FIGC. E una squadra femminile, anch’essa iscritta alla CSI.

Ma il St. Ambroeus non è solo calcio. È anche una serie di progetti a carattere sociale. Come la scuola di italiano per la patente, la distribuzione di cibo e vestiti ai senzatetto organizzata dalla tifoseria: l’Armata Pirata. Oppure la carovana umanitaria, il furgone che ha portato beni alimentari e sanitari agli ucraini in guerra, per poi tornare indietro carico di profughi.

In futuro la società vorrebbe fare ancora di più. L’obiettivo è creare un vero e proprio azionariato popolare: un sistema per cui i soci (giocatori, dirigenti, tifosi e simpatizzanti) pagano una quota associativa annua e hanno un voto in assemblea per ogni decisione riguardante la società. Le basi vengono poste già quest’anno, con una quota di 100 euro richiesta ai giocatori. Grazie a questa e ad altre novità, il St. Ambroeus vuole continuare a crescere. A unire le persone. E a permettere a tutti di giocare a pallone.

Di Thomas Fox

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