Nasce Alcione 4 Special, un modo per superare la disabilità grazie al calcio

«Se continui così la Champions la vedi solo in tv!» urla scherzando Berna a Benji, che si è dimenticato i calzettoni a casa e adesso sta morendo di freddo. Intanto Fabri e Compa si stanno scaldando cercando di evitare i conetti col pallone mentre giocano a chi ne fa cadere meno. È il primo allenamento dopo le vacanze e sono molte le battute sul cenone di Natale e di capodanno o sui troppi panettoni rivolte dal mister ai suoi ragazzi, mentre fanno avanti e indietro per il campo.

Un gruppo di pazzi

Ci troviamo a Milano, tra Giambellino e Lorenteggio. Qui si allena l’Alcione 4 Special, non una squadra qualunque. «Un gruppo di pazzi» direbbe qualcuno se non li conoscesse. La squadra esiste già da 15 anni. Nata insieme alla onlus “Fraternità e amicizia”, ha raggiunto le fasi finali della Divisione Calcio Paralimpico e Sperimentale (DCPS) della FIGC al terzo livello che raggruppa persone con minori abilità tecniche.

A tenerli insieme non è la loro disabilità, molti di loro infatti presentano caratteristiche tipiche del disturbo dello spettro autistico, ma la passione per il pallone. Sette anni fa avevano già tentato di formare una collaborazione con una squadra di serie B per andare a giocare, il Padova, però logisticamente era troppo lontana, a 500 km da Milano. Da settembre invece l’Alcione Milano, squadra che milita in Serie C, ha deciso di investire in questa realtà portando la squadra a competere al primo livello del DCPS.

 

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Un mondo di passione
Serena Bortolini, presidente Alcione 4 Special

«Questo progetto – racconta la presidente della squadra Serena Bortolini – nasce dall’idea che lo sport sia in grado di abbattere tutte le barriere. Ti insegna il rispetto e ha il grande potere di unire. È un linguaggio alternativo, dove tutti i ragazzi possono esprimersi, possono superare i loro limiti, ma soprattutto in questo caso le loro fragilità, passando da spettatori a protagonisti».

«Una volta entrando all’Hospitality dell’Alcione – prosegue – un ragazzo mi chiede il nome. Non lo trova in lista e perciò non mi lascia entrare. Da lì iniziamo a parlare, a confrontarci, a ridere. La volta dopo quando mi ha vista mi ha abbracciata. Questo suo sorriso mi ha aperto il cuore. Abbiamo provato a creare una squadra che li mettesse nelle condizioni giuste di esprimere una passione oltre che un talento». «Imparo tutti i giorni qualcosa da loro: lo straordinario entusiasmo che nella nostra quotidianità ogni tanto ci dimentichiamo» afferma.

Il difensore col vizio del gol
Matteo Compagnoni, difensore Alcione 4 Special

«Penso che l’Alcione 4 Special – rivela Matteo Compagnoni, per i compagni “Compa”, difensore dell’Alcione 4 Special ma col vizio del gol – sia stata una bellissima esperienza e anche una splendida opportunità per noi che finalmente abbiamo la divisa di una squadra professionista». «Spero che io e i miei compagni non saremo gli unici, ma che tanti altri ragazzi abbiano la possibilità di migliorare tramite un’esperienza simile» racconta.

«Mi è sempre piaciuto giocare a calcio – prosegue – Una cosa che mi piace molto fare, anche se il mio ruolo è difendere, è segnare». «La partita più bella è stata la prima che abbiamo giocato come Alcione 4 Special perché il primo gol l’ho segnato io e poi abbiamo anche vinto 7-0 senza subire gol. Per questo è stata una partita tanto perfetta, perché siamo riusciti a segnare molti gol senza subirne neanche uno».

Lo spirito di gruppo

«Il mio è un lavoro educativo che si sposta dal campo alla vita personale dove abbiamo trovato molti risultati positivi anche inaspettati» racconta Davide Spini, educatore professionale e allenatore di Alcione 4 Special. «I ragazzi hanno avuto uno sviluppo impressionante negli ultimi due o tre anni perché hanno incominciato a imparare le dinamiche di altruismo, di rispetto delle regole che non avrebbero mai imparato altrimenti. Queste le portano anche in casa.

Davide Spini , allenatore Alcione 4 Special insieme alla squadra

Nei racconti con i genitori ci dicono: “Sono diventati molto ligi ai compiti, a cosa bisogna fare”, come se fossero degli schemi che dal campo sono passati alle famiglie. Sono diventati più autonomi. Fino a due anni fa i ragazzi, anche quelli di 30-35 anni, venivano sempre accompagnati dai genitori, dimenticando che questo avrebbe limitato la loro autonomia. Adesso attraversano Milano, prendono i mezzi da soli perché devono fare gli allenamenti, perché c’è la partita».

Una squadra da Champions League

«Il nostro ruolo di educatori – afferma Spini – è anche quello di abbassare un po’ le aspettative perché i ragazzi si sentono di giocare in Champions League. Quando vanno in campo sono a San Siro, al Maracanà, all’Olimpico. In quel momento non c’è più nessuna differenza, giocano a calcio come tanti ragazzi». Secondo l’educatore infatti «nella disabilità l’errore un po’ di tutta la società è quello di concentrarsi sulla fragilità del ragazzo» dimenticando spesso le competenze che possiedono, guardando così a quello che uno non ha e tralasciando quello che invece può diventare una qualità unica.

Questo tipo di attività e soprattutto lo sport inoltre aumentano lo spirito di squadra e «i ragazzi si sentono veramente parte di un gruppo, si aiutano tantissimo».

La sconfitta

«La difficoltà più grande è la gestione della sconfitta – prosegue l’educatore – Bisogna sempre dargli una mano perché se vincono è merito loro, se perdono è colpa tua. Tengo sempre lontane le statistiche altrimenti vanno veramente in loop con questa cosa e tutta la settimana si mandano messaggi: “Quanti gol sbagliamo, cosa ci manca?”. Quindi io stacco un po’ la parte competitiva e cerco sempre di gestire il loro benessere» conclude.

Quando quel pallone rotola sul campo da gioco le etichette restano a bordo campo insieme ai borsoni. Le differenze spariscono e lo sport diventa un modo per stare insieme, superando le proprie difficoltà relazionali e affettive, imparando a essere un gruppo, un «gruppo di pazzi» direbbe qualcuno.

Marco Fedeli

Laurea Triennale in Lettere (Università degli Studi di Milano)

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