Due anni fa moriva Maradona: “Hermano” Bagni racconta il suo Diego

Un’amicizia a forma di scudetto, quello vinto insieme nel 1987, il primo per quella tanto amata maglia azzurra che rappresentava una città che aveva dato loro tutto, Napoli.
Un ragazzo, Salvatore, nato a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, il 25 settembre 1956, divenuto calciatore del Carpi, Perugia, Inter e Napoli. Vive in Romagna e, ora, si rivede un po’ in Nicolò Barella, dal punto di vista della tecnica, e in Rino Gattuso, per determinazione, personalità e carattere.
L’Amico, figlio di quella terra argentina che lo ha visto nascere il 30 ottobre 1960, a Lanús, con un pibe de oro.
Salvatore Bagni e colui che ho definito “L’ Amico” con la A maiuscola, nel corso della loro vita, hanno costruito un legame forte, unico, indissolubile, diventando reciprocamente “la famiglia che ti scegli”.
Ma cosa significa quando “L’ Amico” è Diego Armando Maradona?

Com’è nata la vostra magnifica amicizia?

Io e Diego siamo arrivati al Napoli nello stesso anno, il 1984. Ci siamo conosciuti immediatamente perché alloggiavamo nello stesso albergo, il “Royal”. Io avevo già 28 anni e lui 24. A Napoli non ci frequentavamo. Abbiamo vissuto due vite totalmente diverse, con orari e impostazioni differenti, ma la stima reciproca è nata nello spogliatoio e quando è arrivato il momento in cui un amico ha avuto bisogno, io c’ero, insieme alla mia famiglia. Non abbiamo fatto nulla di eccezionale, siamo stati presenti per lui, che si chiamasse Diego Armando Maradona o in qualsiasi altro modo. Era un amico.

25 novembre 2022, secondo anniversario della morte di Diego Armando Maradona. I primi Mondiali senza di lui…

Sì, oggi cade il secondo anniversario della sua morte, ma la mancanza di Diego si sente ogni giorno. Io e la mia famiglia abbiamo avuto la fortuna di vivere Diego nella vita reale, quella di tutti i giorni. Per lui eravamo una famiglia. Ogni anno trascorreva minimo una ventina di giorni a casa nostra, a Gatteo a Mare – in provincia di Cesenatico – con tutta la sua famiglia. Infatti, ho conosciuto sia la prima che la seconda moglie, le due figlie, i genitori, tutte le generazioni (sorride, ndr).

Alt Gatteo a Mare
Litorale di Gatteo a Mare (Cesenatico)
Quindi è vero che, a casa vostra, c’è sempre stata una zona riservata alla famiglia Maradona?

Sì, certamente, il piano superiore della casa, con una stanza matrimoniale e una con due lettini destinati ai suoi famigliari. In un’altra area della casa, di sotto, tre camere per i suoi amici. In mezzo stavamo noi. (sorride, ndr)

Era talmente innamorato della terra romagnola da volerla fare conoscere anche ad altri amici…

Ti rispondo raccontandoti un aneddoto: prima che andasse via dal Napoli, durante le festività natalizie del ’90 mi disse “Dai, vengo a passarlo a casa tua, ho voglia di vederti ancora!”. Casa nostra è sempre stata aperta e, ovviamente, io gli risposi “Certo, vieni, volentieri!”. Vado a prenderlo in Autostrada a Rimini e lo vedo, lì, felice, con la sua famiglia. Poi, però, mi accorgo che dietro ci sono altre quattro macchine e penso di essermi sbagliato. In realtà…non era così: Diego aveva invitato molti altri suoi parenti e amici. Abbiamo passato il Natale e l’ultimo dell’anno tutti insieme a casa nostra. In casa ci saranno state venti persone. Il fatto di non dirmi che sarebbe arrivato con tanta gente faceva capire quanto lui si sentisse a casa sua e ciò era bellissimo.

Alt Diego Maradona
Un’immagine che rappresenta la personalità solare del pibe de oro
Era un nido protetto.

Sì, qui era tranquillo, andava anche a correre fuori. Nessuno lo disturbava, faceva ciò che voleva, stava benissimo, tanto che aveva pensato di acquistare una casa vicino alla nostra. Io ero andato ad informarmi, poi, però, con il susseguirsi delle situazioni e attente valutazioni, l’idea non si è concretizzata. Abbiamo trascorso mesi e mesi a casa nostra tanto che io spesso gli domandavo “Ma non è comodo per te arrivare a Gatteo”, essendo lontani gli aeroporti di Milano e Roma, ma lui, qui con noi, si sentiva circondato da un grandissimo affetto e nella nostra famiglia nessuno si è approfittato di “Maradona”. Secondo me il problema più grande è stato che molte persone a lui vicine gli hanno concesso tutto e questo non andava bene.

 

A cosa si riferisce?

A casa nostra c’erano delle regole e valevano per tutti, anche per “Maradona”. Non aveva privilegi, non mi sovrastava nel rapporto, eravamo assolutamente alla pari – lui era Diego e io Salvatore – e questo lo apprezzava. Aveva capito che, per la nostra famiglia, lui era solo “Diego” e il nostro rapporto è stato caratterizzato da profonda stima e affetto proprio per questo. E’ stato una figura determinante per il Napoli, ma noi non l’abbiamo mai trattato con i guanti e lui questo l’aveva capito. Era amicizia vera, come fosse stato un amico d’infanzia. Ci rispettavamo per le persone che eravamo. Penso di poter dire che, nei momenti difficili, siamo stati gli unici a stargli così tanto vicino. Era semplice rimanere accanto al Maradona in gran forma. Noi gli abbiamo aperto la porta di casa, considerandolo solo per il vero amico che era.

E anche lei era un vero amico, che correva da lui ogni volta che qualcuno gli faceva un fallo…

Sempre! Mi rivedo in tantissime foto! (sorride, ndr). Io ero sempre lì, che accorrevo da lui, che cercavo di difendere. Mi veniva naturale, perché era Diego, però lo avrei fatto per qualsiasi altro mio compagno, anche se i falli li facevano più facilmente a lui che ad altri (ride, ndr), per fermarlo! Quindi, per questo, sì, ero sempre in prima linea.

Lei l’ha riportato a Napoli dopo una lunghissima assenza, un gesto di grande amicizia.

E’ vero, erano 13 anni che non tornava a Napoli e mi sono impegnato per riuscire a farlo andare nella sua città, anche se lui non voleva perché mancava da moltissimo e avrebbe voluto ritornare da protagonista. Però, ci sarebbe stata la partita d’addio al Napoli di Ciro Ferrara. Era un’occasione importante, che significava tanto. Era maggio e Diego era a casa mia in quel periodo. Ciro non era riuscito a convincerlo, ma io avevo un’idea. Noi aiutavamo una famiglia di Brescia che aveva quattro figli gemelli e tra questi un ragazzino era nato cieco, persone che poi, nel tempo, sono venute a trovarci e con le quali siamo ancora in contatto. Così, dissi a Ciro: “Se tu dai 15 mila euro a questa famiglia, con un assegno in campo, per aiutarla, sono sicuro che Diego parteciperà”. E, infatti, andò così. Dopo 13 anni lo riportai in quella Napoli che tanto lo aveva amato e continuava ad amarlo, per partecipare al saluto di Ferrari.
Il giorno dopo lo passammo al Centro Sportivo Fulvio Bernardini, chiamato anche “Trigoria”, a Roma. Aveva organizzato tutto il manager di Francesco Totti. C’era anche Cassano. Ogni dettaglio era stato pianificato sempre a favore di questa famiglia bresciana.

Alt Napoli
Napoli, Italia
Per i napoletani lei, Diego e la squadra di calcio della città siete stati e rimarrete per sempre degli Idoli. Cosa rappresenta per lei Napoli?

Io sono rimasto legato in maniera davvero molto profonda a Napoli. Ci vado ogni settimana, perché ci ho vissuto benissimo e mi mancherebbe se non continuassi ad andarci. E’ l’unica città al mondo che ti riconosce qualcosa se le persone pensano che tu abbia onorato quella maglia azzurra. E’ un sentimento che rimane per tutta la vita. I napoletani sono unici, non puoi non volergli bene. Dal bambino di 11 anni alla signora di 80, tutti hanno una parola d’affetto e di gratificazione da spendere. Li ringrazierò per tutta la vita. Solo chi ha vissuto o vive Napoli può comprendere a fondo le mie parole, perché a raccontarla non si rende giustizia alla città e alle persone meravigliose che ne fanno parte. E’ un altro mondo, un universo spettacolare. Ho cercato di portarci anche i miei amici di Correggio e Carpi, per fare loro capire quello di cui parlo, per farglielo vivere.

Un legame viscerale.

Sì, forse anche perché i giocatori di una volta erano molto vicini alla gente. Eravamo generazioni diverse. Penso di poter affermare che i napoletani mi amino davvero molto (sorride, ndr). Sono passati più di 30 anni da quando ho smesso di giocare, ma quando vado a Napoli è come se avessi giocato la sera prima. E’ incredibile. A Napoli succede e questo è unico! Credo sia l’unica città al mondo in cui tutto ciò possa accadere. In questo modo ti inorgoglisci e pensi che, allora, forse davvero sei riuscito a donare qualcosa ai napoletani, ma comunque loro hanno regalato molto di più a me, e continuano a farlo.

Qual è la frase più bella che Diego le ha mai detto?

Mi chiamava “Hermano”. Quando una persona ti chiama così, “fratello”, è TANTA ROBA. Inoltre, manifestava il suo affetto con i gesti. Ricordo due situazioni speciali per le quali nessuno aveva pensato di farlo scomodare, ma per cui Diego ha deciso di tornare in Italia a trovarci, come regalo verso la nostra famiglia. Nel 2005, per il 18’ compleanno di mio figlio Gianluca, ora 35enne, Diego partì dall’Argentina senza dirmi nulla ed arrivò a casa nostra, facendo una sorpresa a tutti noi, con un regalo per il festeggiato. La mia figlia maggiore, Elisabetta, neanche a farlo apposta, quel giorno aveva portato come ospiti proprio alcuni suoi amici napoletani che, quando l’hanno visto arrivare, sono letteralmente impazziti. Diego si è dedicato ad ognuno di loro, è stato meraviglioso.
In un’altra occasione, ha fatto lo stesso per Elisabetta, quando è nata la sua prima figlia, Alice, 14 anni fa. E’ partito dall’Uruguay e mi ha detto “Non dirle niente!”. E’ arrivato da noi, è rimasto per cinque giorni e poi è ripartito. In generale, durante la sua vita, ha trascorso davvero moltissimo tempo a casa nostra. Avrò circa 25 anni di riprese di Diego qui da noi, a Gatteo.

Alt Salvatore Bagni Gianluca Bagni
Salvatore Bagni e suo figlio Gianluca, alla premiere del film “E’ stata la mano di Dio”; 16 novembre 2020, Napoli, Cinema Metropolitan (Photo by Ivan Romano/Getty Images for Netflix)
Durante i Mondiali di calcio in Sud Africa, nel 2010, però, è stato lei a fargli una grande sorpresa…

Nel 2010 Diego era l’allenatore della Nazionale argentina. Io facevo la seconda voce nella telecronaca delle partite ai Mondiali ed ero volato in Sud Africa senza farglielo sapere. Non volevo disturbarlo e quindi non gli avevo detto che sarei andato a vederlo. Durante una conferenza stampa mi ero nascosto in fondo. Diego mi ha visto e, con tutta la spontaneità che lo contraddistingueva, ha saltato le transenne ed è venuto ad abbracciarmi. Un gesto talmente affettuoso e amorevole che tutti si meravigliarono che potesse arrivare da un personaggio importante come Maradona. Ma lui era così, riconosceva quello che noi, come famiglia, avevamo fatto per lui. E’ stato meraviglioso. La sua spontaneità era la cosa più bella del mondo. Tutto si è svolto davanti a non so quante telecamere e giornalisti. E’ stato un momento che mi ha riempito il cuore e mi ha gratificato a livello mondiale: dopo questa scena penso di essere stato intervistato da circa una ventina di televisioni estere (scherza, ndr).

Cosa rappresentava Diego Armando Maradona e cosa significava condividere il campo con lui?

Lui era tutto quello che si poteva immaginare. Di tutto e di più. Noi eravamo giocatori molto umili e davamo il 100%, ma lui era speciale, unico nel suo carisma. Noi abbiamo avuto la fortuna di essere una buona squadra, il Napoli, con il miglior calciatore al mondo. Non succederà mai più, e abbiamo vinto il primo scudetto della squadra. Un momento indimenticabile. A Napoli ne parlano ancora adesso, dopo 35 anni, una tappa indimenticabile. Io vivo in un sogno sapendo che i napoletani hanno il ricordo di quei 7 anni di Diego. Non accadrà mai più che il miglior giocatore al mondo venga a giocare nel campionato italiano. Noi abbiamo vissuto una favola, chi ha giocato con lui, intendo, perché non sono tanti i giocatori che hanno potuto vivere questo privilegio. Di Diego tutti parlano meravigliosamente bene come compagno. Eravamo 100 volte meno bravi di lui, ma Diego non ha mai messo in difficoltà nessuno. Anche se sapeva che in quel momento gli sarebbe arrivato un passaggio sbagliato che poteva incidere su un’azione successiva, si prendeva le colpe, ma noi sapevamo benissimo che non era così. In campo riusciva a farci dare molto di più di quello che avevamo dentro, solo mostrando quegli atteggiamenti. Anche per questo è stato fondamentale.

Può dire di averlo trasformato da calciatore in ballerino…

Il contratto per “Ballando con le stelle” glielo feci avere io. Lo firmarono a casa mia. Vennero Milly Carlucci e Fabrizio Del Noce. Diego in quel periodo della sua vita era davvero felice. Era un momento di grande gioia, un elemento che, di base, gli è sempre appartenuto e lo ha sempre distinto. E’ stato un fattore fondamentale, che l’ha salvato anche nei momenti bui della sua vita. Questa gioia arrivava anche dal vivere di Diego sempre in mezzo alla gente.

Quando l’ha visto davvero felice?

L’ anno migliore della sua vita penso sia stato il 2005. Forse era ancora più felice di quando giocava. Arrivò da noi a Gatteo un mese prima di operarsi per un bypass gastrico a Cartagena, in Colombia. E’ stato un po’ con noi, non ti chiedeva niente. Dopo è tornato dimagrito di 45 kg. Stava bene, ma non si trattava solo di un discorso fisico, ma anche di un fatto mentale.  Lui si sentiva a un livello forse mai raggiunto nella sua vita ed è rinato. In quell’anno abbiamo giocato anche due partite a Cesenatico, una sulla spiaggia e una allo stadio. Era in condizioni splendide, lo si vede anche dalle foto scattate, dove è in splendida forma. Forse così a 45 anni non lo aveva mai visto neanche la sua famiglia.

Doveva però ricostruirsi un’immagine e allora scelsi di aiutarlo, istituendo una scuola calcio per lui, a suo nome, a livello mondiale, oltre a quella che io avevo fondato molti anni prima. Volevamo mettere in piedi un progetto di qualità, così abbiamo anche mandato in giro dei ragazzi. Diego per 40 giorni ha trascorso mattina e pomeriggio al campo della scuola a Cesenatico ed, essendoci Maradona, arrivava gente da tutto il mondo. Da lì Diego è ripartito, ha ripreso la sua immagine, stava bene. Lo vedeva lui, ma lo vedevamo anche noi e tutti gli altri. Così è ricominciato il suo percorso di sponsorizzazioni, viaggi, presenze, libri. È iniziato di nuovo tutto…e quando si toccava “Diego Armando Maradona”, questo rappresentava, ovviamente, una miniera d’oro per tutti…
Con il tempo la sua salute ha iniziato a peggiorare, in modo graduale, e dopo un po’, anche secondo quello che ci riferiva Stefano Cenci, suo manager per 15 anni, Diego non era più il Maradona che tutti noi conoscevamo. Si è spento poco a poco. La sua mancanza, ripeto, si percepisce in ogni momento. Diego resterai per sempre, anche tu, il mio “Hermano”.

Valeria Boraldi

Nata a Carpi e con il cuore a forma di tortellino. Milano è la mia seconda casa e il giornalismo televisivo la mia grande passione. Un gatto, Piru, che mi riempie la vita d'amore e lo spirito libero di una curiosa viaggiatrice. Amo leggere e mangiare cioccolata. Tanta cioccolata.

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