I volontari del boschetto di Rogoredo: «Chiamarli per nome è il primo passo per salvarli»

Un viaggio nel “boschetto di Rogoredo”, dove la violenza dei fatti di cronaca più recenti incontra l’impegno quotidiano dei volontari, che ogni giorno lavorano per restituire dignità e una possibilità di riscatto a chi vive ai margini. «Se vuoi tirare qualcuno fuori dai guai, ti devi inguaiare. Questo significa che devi rimboccarti le maniche ed entrare nelle ferite dell’altro e prenderti carico di lui». È questo il pensiero di Simone Feder, attivista e coordinatore di “Team Rogoredo” una delle associazioni che fanno parte del “Progetto Parchi”.

Il Boschetto di Rogoredo torna al centro delle cronache

Il “boschetto di Rogoredo”, l’area boschiva compresa tra la stazione di Rogoredo e la fermata della metro Porto di Mare, è tristemente noto per essere un luogo sospeso tra la vita e la morte, tra disperazione e voglia di riscatto. È una delle più grandi piazze di spaccio a cielo aperto d’Italia. Ogni giorno centinaia di persone – secondo le stime siamo sui 600 utenti giornalieri – arrivano qui per fare uso di sostanze stupefacenti. La vicinanza alla stazione e la possibilità di appartarsi negli ampi spazi del parco hanno creato un mix letale: i tossicodipendenti, infatti, possono avere una dose per pochi euro.

E alcuni di loro hanno cominciato a chiedere l’elemosina e a commettere piccoli reati in stazione per procurarsi la droga. Un “paradiso” per i tossicodipendenti che agli occhi esterni, invece, sembra l’inferno. La possibilità continua di ricevere una dose a qualsiasi ora del giorno e della notte a cifre basse ha spinto molti a vivere lì in modo stabile.

La polizia durante un controllo nel boschetto di Rogoredo

Rogoredo è tornata al centro delle cronache dopo la morte di Abderrahim Mansouri, 28enne marocchino ucciso da un colpo alla testa sparato da un poliziotto. Mansouri faceva parte del gruppo che gestiva lo spaccio della zona e al momento la magistratura sta facendo chiarezza sulla versione rilasciata dall’agente. Il poliziotto, indagato per omicidio volontario, secondo le testimonianze dei colleghi presenti sul posto, avrebbe gestito in autonomia la situazione, mentendo di aver chiamato i soccorsi. La telefonata al 112, inoltre, sarebbe partita 20 minuti dopo.

Sulla presunta pistola giocattolo puntata da Mansouri, sembra che sia stata messa lì in un secondo momento, quindi l’uomo era forse disarmato al momento della morte. Sempre a Rogoredo, a inizio febbraio, c’è stato un altro scontro a fuoco tra la polizia e un cittadino. Il trentenne Wenhan Liu, dopo aver aggredito una guardia giurata e averle sottratto la pistola, ha esploso tre colpi contro l’auto degli agenti. A quel punto, un poliziotto gli ha sparato alla testa. Trasportato in condizioni disperate al Niguarda, l’uomo è morto dopo sei giorni.

Che cos’è il Progetto Parchi

Per migliorare la situazione di degrado il “Progetto Parchi”, nato nel 2019, raggruppa varie associazioni e istituzioni che si occupano della gestione socio-sanitaria dei frequentatori del “boschetto della droga”, in un’area che non si limita più solo a Rogoredo ma che coinvolge anche il comune di San Donato Milanese.

L’obiettivo principale del progetto è ridurre i rischi e i danni associati al consumo di sostanze stupefacenti, tutelando la salute dei consumatori e la collettività. I servizi principali forniti sono un ambulatorio mobile della Croce Rossa che offre servizi di counseling, scambio di siringhe e materiale sterile, oltre alla somministrazione di test rapidi per l’HIV e l’HCV.

Simone Feder – coordinatore del “Team Rogoredo”
L’impegno dei volontari

Gli operatori lavorano per inserire i consumatori nella rete dei servizi di cura e fornire supporto per uscire dalla tossicodipendenza. Inoltre c’è anche un monitoraggio del territorio, che prevede una mappatura delle aree critiche e interventi tempestivi per prevenire lo spaccio e il consumo di droghe.

«Ho iniziato a fare volontariato dopo una sollecitazione arrivata da mia figlia. Mi ha chiesto se avessi visto cosa ci fosse lì, così sono andato e ho deciso di dare il mio contributo». È stata questa la molla che ha spinto Simone Feder a decidere di impegnarsi per aiutare i tossicodipendenti e i senzatetto che stazionano nel boschetto. I volontari sono soprattutto giovani acculturati e qualificati. «Ci sono anche persone d’età più avanzata, ma i ragazzi solitamente riescono ad avere più tempo libero per coordinare le varie attività», spiega Feder.

«Queste sono persone che si dimenticano anche di mangiare, per cui abbiamo cominciato a portare cibo e a cercare di costruire un rapporto ricordandoci di loro. Molti non vengono neanche più chiamati per nome e noi invece lo facciamo per ricordargli che hanno un’identità». Il volontario racconta che è importante ascoltare le loro storie senza giudicare e creare un contatto umano, ad esempio stringendo le loro mani.

Verso il rinserimento nella società

Pian piano hanno convinto alcuni tossicodipendenti a farsi assistere e a intraprendere un percorso non solo di comunità, ma interdisciplinare per far sì che riprendano in mano la propria vita. «Noi partiamo dai beni di prima necessità – continua Feder – perché ci sono persone che non hanno scarpe, che sentono freddo. Quindi gli portiamo le coperte e ci ricordiamo di loro, ascoltiamo i loro bisogni».

Il Team Rogoredo non si limita solo a fornire aiuti materiali, ma diventa anche un ponte per i familiari di queste persone. «Le vittime di questo mondo sono anche i parenti che non hanno notizie dei loro figli. Capita che i genitori ritrovino, dopo tanto tempo, il proprio figlio in ospedale. Il nostro dovere è aiutare a ricostruire quel collegamento». Simone Feder dà un esempio concreto di questi ultimi giorni: a Pavia c’è una persona, attualmente in ospedale, che ha sulle spalle 44 denunce per non aver rispettato il daspo urbano.

«Bisogna trovare degli avvocati sensibili, e per fortuna ce ne sono, che si occupino di loro. Per recuperarli e aiutarli bisogna partire dalla loro situazione legale. Feder non ha dubbi, il cammino è lungo ma funziona. Bisogna tener conto, dice, «che i tempi dell’altro sono diversi dai nostri, ed esiste anche una difficoltà nel contattarli perché non hanno un telefono. Infatti molto spesso gli forniamo anche un cellulare, come nel caso della persona che al momento si trova nell’ospedale di Pavia».

Sempre più giovani si avvicinano alle droghe

Simone Feder è allarmato dal fatto che sempre più giovani si avvicinano al mondo della droga: «L’età si abbassa sempre di più, abbiamo avuto ragazzi di 14 anni che purtroppo sono arrivati in comunità. C’è un accesso alle sostanze sempre più sfacciato, i costi per comprare le droghe si sono abbassati, e ormai puoi trovare le sostanze ovunque, a qualsiasi ora del giorno e della notte». Da parte dei residenti c’è grande solidarietà: «Tutti i beni che ci arrivano sono dati dalle persone», prosegue Feder.

Tra i donatori ci sono anche grandi aziende, come una nota catena di fast food americana che dona panini: «Il ristoratore viene da due anni a servire panini. Non solo li fornisce, ma li dà personalmente ai ragazzi nel bosco». Un’azienda italiana di biancheria intima procura alle persone che frequentano il bosco i capi intimi di cui hanno bisogno.

Stefano Bianco – Presidente Municipio 4
La reazione dei residenti

Secondo Stefano Bianco, presidente del Municipio 4, i residenti del quartiere di Rogoredo esprimono, al contrario, paura e preoccupazione per la situazione. «Gli interventi di contrasto dello spaccio messi in atto fino ad ora non hanno ancora restituito la piena sicurezza al contesto. Secondo chi vive in quelle zone – continua Bianco – il problema si è solo spostato verso San Donato Milanese e le ricadute negative sono ancora presenti in tutta l’area».

Per il presidente del Municipio non ci sono dati che indicano un peggioramento significativo, ma è chiaro che la situazione rimane critica e il boschetto rimane «molto attivo e preoccupante». Secondo Simone Feder il concetto da tenere bene a mente è che il problema non è il tossicodipendente, ma la droga. «Per me nessuno è irrecuperabile, in tutti c’è una parte bella, nascosta, che merita di essere agganciata. Se riesci ad arrivare con l’arma potente della relazione riesci a ricostruire e riesci a portare alla cura». «Per assurdo, il carcere può diventare “salvifico” perché esistono regole di ferro che non permettono a queste persone di cadere nella tentazione», spiega l’attivista.

Sono tante le storie che in questi anni hanno colpito l’educatore di “Team Rogoredo”. Ma un esempio da ricordare è quello di Alice, «che ha ripreso in mano la sua vita e tra qualche mese si laureerà, diventando anche lei un’educatrice per aiutare altre persone a uscire dalla tossicodipendenza».

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