Clima, la strategia di Milano tra rivoluzioni e lacune

Le città coprono appena il 3% della superficie globale, ma sono responsabili del 70% delle emissioni di anidride carbonica. In altre parole, è dai centri urbani che deve partire la lotta ai cambiamenti climatici. In Italia, questo discorso vale soprattutto per Milano, che nel 2018 è stata classificata dall’Oms come seconda città europea con i più alti livelli di inquinamento atmosferico e nel 2021 si è piazzata al quinto posto in Europa per morti da inquinamento.

Tra piste ciclabili, boschi verticali e auto elettriche, negli ultimi anni il capoluogo lombardo ha cercato di imporsi a livello nazionale come “città green” per antonomasia. Tanto che il suo primo cittadino, Beppe Sala, è oggi l’unico sindaco di un capoluogo italiano iscritto al partito dei Verdi. Il passo più importante di questo percorso è arrivato proprio negli scorsi mesi, quando il consiglio comunale ha approvato definitivamente il Piano Aria Clima, un documento di oltre 130 pagine che contiene tutte le azioni da mettere in campo da qui al 2030 per rendere la città più sostenibile e raggiungere, nel 2050, la neutralità carbonica. Un piano ambizioso, diviso in cinque ambiti: salute, connessione e accessibilità, energia, adattamento ai cambiamenti climatici, consapevolezza. Ognuno di questi campi prevede una serie di misure da implementare nei prossimi anni, attraverso cui Milano spera di colmare il gap che la separa da altre grandi metropoli europee, come Berlino e Parigi.

Giorgio Vacchiano (UniMi), esperto in Gestione e pianificazione forestale

Nonostante le politiche adottate per ridurre l’inquinamento atmosferico, però, non tutti sono ancora d’accordo nell’etichettare Milano come “città green”. Nel corso degli ultimi anni l’amministrazione comunale è stata accusata di voler cavalcare le battaglie ambientaliste soltanto per questioni d’immagine. Eppure, il percorso intrapreso dalla città sembra convincere gli esperti del settore. «Di fronte all’approvazione di questo Piano aria clima, non possiamo più dire che Milano è una città che non si muove sul fronte delle politiche ambientali», commenta Giorgio Vacchiano, ricercatore in Gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano. «Il greenwashing esiste, ma in Italia ha a che fare soprattutto con le grandi compagnie energetiche, non certo con il Comune di Milano. Il problema, semmai, sta nella comunicazione, che spesso si concentra su questioni marginali».

Per valutare seriamente l’efficacia delle politiche ambientali del Comune di Milano, allora, non si può che partire dallo studio del Piano aria clima, cercando di far emergere quali sono le soluzioni potenzialmente più efficaci e quali gli ambiti che rimangono “scoperti”. Riassumendo, sono tre i principali campi d’azione su cui il Comune può intervenire: spazi verdi, mobilità, impronta energetica degli edifici.

ORTI URBANI E NUOVI ALBERI: «EFFICACI, MA DA SOLI NON BASTANO»

Uno degli ambiti su cui Milano sta puntando di più per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici è sicuramente la riforestazione urbana. Il programma più ambizioso, in questo senso, è Forestami, che prevede la messa a dimora di 3 milioni di nuovi alberi nella città metropolitana entro il 2030. I benefici sono evidenti: moltiplicare il numero di piante in città è uno dei metodi più efficaci, oltre che più economici, per contribuire a ridurre l’inquinamento atmosferico. Non solo: la forestazione urbana è un aiuto formidabile anche contro le cosiddette “isole di calore”, vale a dire l’aumento di temperatura che si registra spostandosi dalle zone rurali al centro cittadino. Forestami, però, non è l’unico progetto di riforestazione su cui Milano ha deciso di scommettere. Negli ultimi anni il Comune ha anche ampliato il numero di orti urbani, ossia tutti quei piccoli appezzamenti di terra – di proprietà comunale – che i cittadini possono richiedere e coltivare.

Nelle scorse settimane, inoltre, si è tenuta la prima cerimonia del concorso “Premia il tuo verde”, in cui il Comune di Milano ha dato un riconoscimento ai migliori tetti verdi e giardini pensili della città. «I tetti verdi sono una soluzione molto efficace sia per il miglioramento della qualità dell’aria che per l’efficientamento energetico degli edifici – sottolinea Vacchiano –. È chiaro, però, che da soli non bastano». Per quanto sia lodevole l’impegno di voler piantare 3 milioni di alberi, infatti, gli interventi di riforestazione riescono ad assorbire solo una piccola parte delle polveri sottili presenti in città. «Dobbiamo sgomberare il campo da un equivoco: piantare alberi non è la soluzione che, da sola, permette di risolvere il problema», precisa il ricercatore della Statale. «Quindi ben venga il progetto Forestami, con il quale io stesso collaboro. Non dimentichiamoci però che molti studi scientifici, condotti nelle principali città europee, dicono che gli alberi riescono ad assorbire al massimo il 20% delle polveri sottili e di altre sostanze inquinanti».

Con il progetto ForestaMi, Milano vuole piantare 3 milioni di alberi entro il 2030

LA VERA RIVOLUZIONE È IN STRADA: ADDIO ALLE AUTO ENTRO IL 2050?

Un altro campo su cui il comune di Milano sta investendo per migliorare la qualità dell’aria è la mobilità, che da sola causa il 24% delle emissioni di Pm 2,5. È in questo campo, infatti, che si concentrano tutte le misure più ambiziose del Piano aria clima, che in realtà non sono altro che un proseguimento naturale delle politiche adottate negli ultimi anni: potenziamento del trasporto pubblico; elettrificazione dei mezzi di superficie pubblici; costruzione di una rete urbana di piste ciclabili; promozione della sharing mobility e blocco progressivo del transito ai veicoli diesel e benzina. Tutte misure che non solo favoriscono una riduzione delle emissioni, ma prevedono anche una trasformazione radicale del modello urbano. E forse è proprio per questo che la mobilità è diventata uno dei temi più dibattuti anche dell’ultima campagna elettorale. A guidare la mobilitazione contro la costruzione di nuove ciclabili sono soprattutto alcune categorie di commercianti, che lamentano l’assenza di parcheggi e la difficile coesistenza di automobili e biciclette in alcune vie della città.

Una rastrelliera del servizio di bike sharing “BikeMi”

Sorvolando sul dibattito politico, però, resta solo una certezza: la promozione della mobilità alternativa è uno degli strumenti principali a disposizione delle città per ridurre l’inquinamento atmosferico. «La mobilità è sicuramente l’aspetto su cui si concentrano le misure più ambiziose del Piano aria clima, ma è anche il tema che ha suscitato più polemiche in consiglio comunale», commenta Vacchiano. Polemiche che hanno portato, tra le altre cose, all’annacquamento di alcune misure. Come l’ennesima proroga al divieto di ingresso in Area C per i diesel Euro 4 ed Euro 5: inizialmente previsto per il 2021, poi slittato alla fine dello stato di emergenza Covid e infine prorogato al prossimo autunno.

Compromessi a parte, la strada tracciata dal Piano aria clima è chiara: «L’obiettivo dichiarato è di avere una città libera dalle auto nel 2050 – spiega il ricercatore della Statale –. Questo richiede ovviamente un nuovo modo di pensare la città, che passa soprattutto da un ricollocamento dei servizi essenziali». È la cosiddetta “città a 15 minuti”, che prevede che ogni cittadino possa trovare tutti i servizi di cui ha bisogno, sia per lo svago che per necessità mediche o alimentari, nel raggio di quindici minuti a piedi o in bicicletta”.

Una stazione di ricarica Atm per gli autobus elettrici

Accanto allo stop progressivo dei veicoli a motore endotermico nel centro città, il Comune sta agendo su altri due fronti. Il primo: la costruzione di nuove piste ciclabili. Ad oggi Milano conta circa 300 chilometri di percorsi dedicati alle biciclette, un dato cresciuto del 30% soltanto nel 2020. E l’obiettivo è quello di arrivare a 750 chilometri totali, tra città e hinterland, tramite il cosiddetto “Biciplan”, una maxi-rete di piste ciclabili – finanziate con un fondo da 250 milioni di euro – che dovrà collegare tutti i quartieri della città e i comuni dell’area metropolitana.

L’altro fronte su cui Palazzo Marino ha deciso di investire è l’elettrificazione del trasporto pubblico. Dal 2020, Atm – la ditta 100% di proprietà comunale che gestisce il trasporto in città – si è impegnata ad acquistare esclusivamente mezzi elettrici. L’obiettivo è di eliminare gradualmente i mezzi diesel e arrivare, già nel 2030, ad avere una flotta 100% elettrica. In termini di conseguenze sulla qualità dell’aria, questo si tradurrebbe nel risparmio di 75 mila tonnellate di CO2 emesse ogni anno nell’atmosfera.

EDIFICI E CONSUMO DI SUOLO: NON È UN PROBLEMA (SOLO) ENERGETICO

Per incidere davvero sulle emissioni di sostanze inquinanti, però, alberi e piste ciclabili non bastano. Al di là di quello che si potrebbe pensare, infatti, il traffico non è la prima fonte di emissioni in città. La quota più consistente di PM 2,5 – il 31% – proviene dal riscaldamento degli edifici. Su questo tema, però, il Piano aria clima è decisamente meno ambizioso. «Il documento parla dell’installazione pilota di 60mila metri quadrati di pannelli solari per il fabbisogno energetico degli edifici pubblici – precisa Vacchiano –. Per gli edifici privati, però, che sono la maggioranza, non è previsto nessun incentivo particolare». Alla base dell’inquinamento degli immobili c’è soprattutto una questione energetica: il sistema di riscaldamento di buona parte degli edifici, infatti, si alimenta ancora con i combustibili fossili. Nel 2020, il sindaco Sala aveva annunciato l’intenzione di vietare le caldaie a gasolio a partire dal 2023. Ad oggi, però, questa misura non è mai stata adottata e non compare neppure nel Piano aria clima.

Il riscaldamento degli edifici è la prima causa di inquinamento atmosferico a Milano

L’aspetto energetico, poi, non è l’unico da considerare. «Quando si parla di inquinamento degli edifici, ci si dimentica spesso dell’impronta materiale – commenta il ricercatore –. Fortunatamente si sta andando verso un progressivo efficientamento energetico degli immobili. Questo significa che in futuro l’impronta climatica degli edifici sarà data soprattutto dai materiali utilizzati per costruirli». In Francia, per esempio, il governo ha deciso che il 50% della struttura degli edifici pubblici costruiti nei prossimi anni dovrà essere in legno. Un materiale dall’impronta climatica ben inferiore rispetto al cemento o all’acciaio. «Implementare una soluzione del genere anche in Italia sarebbe un passo importante», ammette Vacchiano. «Nel frattempo, per risolvere il problema, è importante insistere sulle politiche di azzeramento del consumo di suolo».

L’ultimo rapporto dell’Ispra ha calcolato che, tra il 2006 e il 2020, nell’area metropolitana di Milano sono stati consumati 2.153 ettari di terreno. Numeri che stridono con le intenzioni di chi, almeno a parole, vorrebbe rendere Milano una città all’avanguardia sui temi della sostenibilità. «Spesso il consumo di suolo non viene considerato nell’ottica giusta», sostiene Vacchiano. «Il più delle volte se ne parla come un problema per la biodiversità, il bilancio idrico e il rischio alluvioni. Tutto giusto, ma il consumo di suolo ha anche e soprattutto a che fare con la mitigazione climatica. Se iniziassimo a renderci conto di più di questo aspetto, forse ci accorgeremmo che il consumo di suolo non è un optional di cui possiamo dimenticarci».

L’esempio più recente, in questo caso, è il dibattito sul futuro di San Siro: meglio ristrutturare il Meazza o costruire un nuovo stadio da zero? Sorvolando sulla politica e guardando soltanto all’impatto ambientale, la risposta sembra abbastanza scontata. Paolo Pileri, docente di Pianificazione e progettazione urbanistica del Politecnico, ha calcolato che l’abbattimento del Meazza e la costruzione di un nuovo stadio produrrebbe almeno 210 mila tonnellate di CO2. Una cifra che per essere compensata avrebbe bisogno di un nuovo bosco urbano di 210 ettari, mentre il parco previsto dal progetto attuale è di appena 11 ettari.

Il dibattito sul futuro dello stadio Meazza ha riacceso i riflettori sul tema del consumo di suolo

TRASPORTO MERCI E AGRICOLTURA: I DUE GRANDI ASSENTI

Riforestazione, trasporti ed edifici sono i tre ambiti su cui il Comune di Milano può intervenire con più efficacia per arginare gli effetti della crisi climatica. Ma non sono gli unici. Secondo Giorgio Vacchiano, ci sono due grandi assenti nel Piano aria clima: il trasporto merci e l’agricoltura. «L’ultimo rapporto dell’Ipcc lo dice chiaramente: il trasporto delle merci, e non quello delle persone, è responsabile di buona parte delle emissioni climalteranti», commenta Vacchiano. «Un discorso che vale ancora di più per l’Italia, dove, in confronto ad altri paesi europei, il trasporto merci è ancora molto sbilanciato sulla gomma». Nella strategia climatica milanese, la mobilità è uno dei campi su cui più si è deciso di investire. Per l’arrivo delle merci in città, però, non si è pensato a nulla.

Un discorso che si può applicare anche all’agricoltura, per cui non è stata prevista nessuna misura nel Piano aria clima, se non una generica «istituzione di un tavolo di lavoro metropolitano». L’ultimo rapporto “Mal’aria” di Legambiente ha dimostrato che in Pianura Padana buona parte del particolato secondario deriva proprio dalle emissioni di ammoniaca di attività agricole e gestione dei rifiuti zootecnici. «Bisognerebbe agire a livello metropolitano o regionale per gestire diversamente i reflui», commenta Vacchiano. Da anni, infatti, l’Italia è in costante regime di infrazione rispetto alla Direttiva Nitrati dell’Unione Europea, che mira a prevenire l’inquinamento delle acque e favorire l’uso di pratiche agricole corrette. «Dobbiamo entrare nell’ottica delle interconnessioni – precisa il ricercatore –. L’inquinamento di Milano non viene prodotto solo in città, ma è anche il risultato di ciò che avviene nei territori circostanti». Come le aree di Cremona, Mantova e Brescia, ribattezzate “triangolo zootecnico” proprio per l’elevata presenza di allevamenti.

Un campo coltivato a Bollate, alle porte di Milano

«GLI STRUMENTI CI SONO, È IL MOMENTO DI AGIRE»

Insomma, non esiste una formula magica per risolvere il problema dell’inquinamento a Milano. L’unico modo per riuscire davvero a migliorare la qualità dell’aria è rendere la lotta all’inquinamento una delle massime priorità delle politiche cittadine. E il Piano aria clima, seppur con qualche limite, si muove proprio in questa direzione. La vera sfida ora sarà riuscire a mantenere tutte le promesse contenute in quel documento e dimostrarsi all’altezza delle aspettative. «Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già visibili in città – ricorda Vacchiano –. E sono principalmente tre: le isole di calore, l’estremizzazione degli eventi meteorologici e soprattutto gli effetti sulla salute». Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello che dovrebbe preoccupare di più. I dati dell’Agenzia europea per l’ambiente hanno dimostrato che solo nel 2018 l’esposizione al particolato fine ha causato 417 mila morti premature in Europa, di cui 50 mila solo in Italia. E anche quest’anno la situazione non sembra affatto essere migliorata: secondo i dati di Arpa – l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente – nel primo trimestre del 2022 sono stati 51 i giorni in cui a Milano si sono registrati livelli di PM10 superiori ai livelli consentiti per legge. «Questi dati ci dovrebbero sconvolgere. Invece sembra quasi che ci stiamo abituando alla situazione», avverte Giorgio Vacchiano. «Eppure, le soluzioni ci sono. Questa dovrebbe essere la notizia principale su ogni giornale italiano: siamo in grado di salvare la vita di decine di migliaia di persone ogni anno, ma manca la volontà di farlo».

Gianluca Brambilla

Sono nato e cresciuto nell'hinterland di Milano, ma la passione per il giornalismo viene dagli Stati Uniti. Laureato in Comunicazione Media e Pubblicità all'Università IULM, collaboro con "Il Giorno" e sono giornalista praticante per MasterX. Seguo con molto interesse la politica americana, le questioni ambientali e il mondo dei media, ma cerco di stare al passo un po' su tutto.

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