Libertà è partecipazione: il giornalismo dentro e fuori dallo schermo

Walter Tobagi

 

Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber nel 1972. Ci hanno creduto in diversi, schiacciati tra la folla durante manifestazioni di piazza. Qualcun altro, invece, ha incarnato l’ideale con la forza della penna, ché scrivere non vuol dire osservare la realtà dalla finestra. Il giornalismo non è un intellettualismo fine a se stesso: significa stare in mezzo alla gente, cercare di capirla, raccontarla e rappresentarla. Nel corso della sua carriera, Walter Tobagi ha rappresentato proprio questo: un professionista forte, interessato alla collettività e critico. Persino il suo approccio al terrorismo era concreto più che ideologico: in lui individuava il più grande nemico della libertà di stampa. Soprattutto, era convinto che il giornalista fosse un soldato al servizio della comunità: l’argomento di discussione più quotato in piazza è sicuramente degno della prima pagina. Il suo ruolo si divide in denuncia, presentazione della realtà e analisi.

Del giornalismo applicato alla tecnologia, Tobagi scriveva: “Se noi accettiamo il principio che in qualche modo il giornalista è un tastierista,[…] ecco che subiamo una di quelle questioni di principio che ci portano inevitabilmente a snaturare gran parte della nostra professionalità […] L’attività del giornalista si conclude nel momento della stesura, della consegna di un articolo e che l’attività del tipografo, del tastierista, comincia a quel punto e da quel punto in poi viene svolta, deve essere svolta da un altro che non può essere il giornalista”. E nel 2020 il dibattito sull’informazione, la tecnologia e il ruolo del cronista tiene ancora banco: i lettori sembrano essersi convinti che ci limitiamo a riportare le notizie che dal mondo arrivano a portata di computer. Gli editori hanno abbracciato l’idea che l’informazione debba sacrificarsi al Dio della velocità. Questo induce il sistema in errore: le notizie rischiano di essere riportate in maniera grossolana, frettolosa e nel peggiore dei casi anche errata. Ma questo significa che non è più possibile fare un giornalismo puntuale e accurato? La risposta è no. I mezzi a disposizione permetterebbero un lavoro molto più accurato. Mai come nel 2020 è possibile rendere le inchieste precise a livelli quasi matematici.

Se per l’utente medio è necessaria l’educazione alla tecnologia, per il giornalista è inscindibile dal lavoro sul campo. È un ingrediente anche del lavoro dietro allo schermo: combattere le fake news è forse una delle sfide maggiori di quest’epoca. Esistono strumenti per smascherare le bufale del web: tra i più utili, Google Reverse Image Search, TinEye, RevEye o Yandex che permettono di caricare una foto e scovarla in tutti i siti che l’hanno usata. Sono mezzi che fanno la differenza: anche di recente hanno permesso di individuare l’immagine di una chiesa piena di bare come uno scatto realizzato dopo una delle stragi di Lampedusa e non come il report dei decessi di Bergamo in seguito all’emergenza Coronavirus. Per i video ci sono Amnesty International YouTube Dataviewer e InVid browser plugin. Analizzano i metadati contenuti nei file e rintracciano possibili artefazioni. Il giornalista, però, non può limitarsi al ruolo di cane da guardia. Quindi che fare? Smascherare non basta: bisogna analizzare. Smettere di fare il tastierista e parlare con chi ha più fiducia nei video complottisti di youtube che del pezzo in prima pagina. Sporcarsi le mani e respirare in mezzo alla gente. E poi, ovviamente, lettore e cronista devono avvalersi di buonsenso.

 

 

 

Gabriella Mazzeo

24 anni, giornalista praticante. Attualmente scrivo per MasterX, prossimamente scriverò per qualsiasi testata troverete in edicola. Per ora intaso il vostro internet, fra diversi anni forse anche le vostre tv. Nel dubbio, teniamoci in contatto

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