Ddl Calderoli, il Senato approva le autonomie. E «l’Italia si spacca»

Il 23 gennaio il Senato ha votato il Ddl Calderoli, il disegno di legge sull’autonomia differenziata. Alta la tensione con le opposizioni, che accusano la destra di «spaccare l’Italia» e annunciano già un referendum abrogativo.

Cosa è accaduto in aula

Con 110 voti favorevoli, 64 contrari e 30 astenuti, il Senato ha approvato in prima lettura il DDL Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento passerà dunque al vaglio della Camera. Il disegno di legge non intacca in alcun modo le disposizioni costituzionali, anzi trova fondamento proprio un articolo della Costituzione stessa.

Il terzo comma dell’articolo 116  prevede infatti che la legge ordinaria possa attribuire alle regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata. È questa la ragione per cui la legge procede veloce e non sarà necessaria la doppia lettura.

La votazione e gli obiettivi

Al contrario del premierato che rappresenta una riforma costituzionale e quindi prevede un iter parlamentare più lungo. L’obiettivo della destra è quello di stabilire delle tappe forzate per ottenere il via libera definitivo prima delle europee del 9 giugno. L’unico ostacolo, se così si può definire, è dato dai 24 mesi che ha il governo per fissare i Livelli essenziali delle prestazioni.

La votazione è avvenuta in diretta tv, mostrando lo scontro tra la maggioranza e le opposizioni. «L’autonomia differenziata per le regioni è un’opportunità per tutta Italia» ribadisce Salvini, sottolineando come anche il sud troverà vantaggio dalle nuove competenze.

Scontri tra governo e opposizione

«È una giornata storica. Acceleriamo verso il traguardo» dicono i governatori leghisti Zaia e Fontana. Già dal 2017, infatti, il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna avevano chiesto maggiore autonomia attraverso referendum consultivi e iniziative delle giunte regionali. Ma nel frattempo, anche in base a un passaggio del ddl Calderoli che apre a più competenze alle città, anche i sindaci chiedono più poteri: «È sbagliato dare più autonomia e più soldi solo alle regioni — ha detto il sindaco di Milano Beppe Sala — Le città non sono meno importanti. Si deve dare vera autonomia a chi governa i territori».

Per i senatori del PD non rimane che protestare, sventolando cartelli tricolore nelle mani. Secondo Elly Schlein, che annuncia di essere pronta a proporre un referendum abrogativo, «La Meloni passerà alla storia per aver spaccato l’Italia con questo ddl». ‘Il Barattellum‘ lo definisce Andrea Giorgis, il dem convinto che si stia compiendo un «baratto» tra Lega e FdI tra autonomia e premierato.

In cosa consiste il ddl

Il primo punto da chiarire riguarda l’iter. Il decreto legge prevede che, dall’avvio di ogni la procedura con cui le regioni richiedono l’autonomia, possano trascorrere al massimo 5 mesi. Inclusi i 60 giorni concessi alle Camere per l’esame delle richieste. Inoltre, le intese con lo Stato potranno durare fino a 10 anni e poi essere rinnovate. Per quanto riguarda il contenuto, sono 23 le materie che potranno essere gestite in autonomia dalle Regioni.

Per 15 di queste tematiche, però, non sono stati ancora stabiliti i Livelli di essenziali delle prestazioni con relativa copertura finanziaria. Si tratta di un elemento fondamentale con cui lo Stato garantisce l’eliminazione delle diseguaglianze tra i cittadini. E proprio i Lep rappresentano il grande scoglio per questa riforma. Soprattutto per le regioni meridionali. Il rischio infatti è che aumenti il divario già esistente tra Nord e Sud, non essendo inoltre previsto alcun investimento per ridurre le disparità. Soprattutto nei servizi essenziali.

Le criticità

Da questo deriva la trattiva interna alla maggioranza per una legge delega sui Lep. Il cosiddetto “emendamento-cacciavite” propone che le risorse vengano aumentate anche per le regioni che non hanno chiesto l’autonomia per scongiurare le diversità. Il governo entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, dovrà quindi varare «uno o più decreti legislativi» per stabilire livelli e importi per raggiungerli nelle regioni sotto soglia.

L’emendamento, presentato dai meloniani Andrea De Priamo, Marco Lisei e Domenica Spinelli, sugli articoli riguardanti i Lep, trova un grande ostacolo: le risorse. I costi per rispettare questo programma sarebbero esorbitanti. Inoltre, ulteriore problematica è data dalla possibilità che le regioni, con la riforma, trattengano il gettito fiscale legato alle erogazioni dei servizi sul territorio. Parlando dell’Irpef e dell’Iva di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, pronte all’intesa, la cifra aggirerebbe attorno ai 9 miliardi di euro (circa il 30% del gettito nazionale). Il rischio è che ci sia quindi un extra-finanziamento per le regioni ad autonomia differenziata. Oltre al fatto che lo Stato avrà meno possibilità per garantire servizi nelle altre aree del Paese.

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