DAL WATERGATE AI PANAMA PAPERS: L’INCHIESTA NON è MORTA

Il cane da guardia della democrazia. Così veniva definito fino a poco fa il giornalista, o meglio il giornalista di inchiesta. Questo tipo di giornalismo in altri tempi è stato il termometro che con efficacia ha misurato la febbre del nostro Paese. Parlare di giornalismo di inchiesta è riportare alla mente “il caso” per eccellenza, quello che ha segnato un punto di svolta nel modo di comunicare le notizie, che ancora oggi deve essere fonte e modello di ispirazione per i giornalisti: lo scandalo Watergate. Da quello che sembrava un modesto reato, un furto con scasso compiuto da personaggi secondari, la vicenda crebbe al punto che due giovani cronisti del Washington Post tennero sulle spine per mesi un intero paese, attraverso rivelazioni sempre più sconvolgenti, che arrivarono a coinvolgere gli uomini più vicini al presidente. Richard Nixon lasciò la presidenza a seguito del procedimento di impeachment alla Camera dei Deputati, risultando tuttora l’unico presidente della storia degli Stati Uniti a essersi dimesso dall’incarico.

Se ciò è stato possibile è anche perché i mezzi d’informazione hanno potuto agire in difesa della democrazia. Ma un tempo l’editore investiva in informazioni autorevoli, perché maggiore autorevolezza significava maggiore guadagno, maggiore potere politico. Oggi, al contrario, l’autorevolezza è soltanto un rallentatore del guadagno, un’arma spuntata. Spesso l’unico modo per monetizzare è dossierare, manipolare informazioni; a quel punto la pubblicità sul giornale non sarà comprata per essere letta ma per fermare il giornale dai dossier e dalle informazioni spifferate. Ne consegue un altro fattore, ovvero il tempo: se un giornalista non riesce a descrivere in poco tempo qualcosa, non sarà letto e, quindi, la precisione, l’analisi, l’approfondimento saranno un peso in più per la diffusione di una notizia. Oggi c’è una forte pressione sui giornalisti per produrre “churnalism”, ovvero un giornalismo che lavora rapidamente dimenandosi tra comunicati stampa, dichiarazioni e non avendo tempo per i giusti controlli.

Molte inchieste sono il frutto di indagini tenaci, condotte sulla base di fonti riservate, come quelle di Walter Tobagi sulle bande terroristiche che finirono per ucciderlo oppure quando nel 2005 Fabrizio Gatti, giornalista dell’“Espresso”, si finse extracomunitario e riuscì a farsi rinchiudere in un centro di detenzione per immigrati, documentandone le dure condizioni di vita. Accanto ai rischi fisici, ci sono quelli legali. Difendersi dalle aggressioni legali può diventare molto costoso ed è facile finire in tribunale attaccati dalle grandi corporazioni che non vogliono far uscire la verità.

Quella sui Panama Papers, che è stato uno degli scoop più importanti dell’ICIJ, il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, costata 2 milioni di dollari, e che ha coinvolto 300 giornalisti di 80 paesi del mondo, ne è un esempio. Per metter su questa storia c’è stato bisogno di una grande mole di lavoro, durata anni, in cui la funzione di ogni giornalista è stata essenziale. Le telecomunicazioni moderne permettono rapidità e dinamicità per lo sviluppo di una inchiesta. Internet può risultare un grosso pericolo a tal proposito, a causa della vasta presenza di fake news. Ma senza l’aiuto dei mezzi di comunicazione, inchieste come quella di Panama Papers non potrebbero essere nemmeno ideate. E forse Tobagi sarebbe ancora qui con noi. Parlare del giornalismo di inchiesta oggi, significa riflettere sul presente ma soprattutto sul passato e sul futuro del mondo della comunicazione giornalistica.

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