L’operazione “Epic Fury” avvenuta il 28 febbraio dal lavoro congiunto di Stati uniti e Israele contro l’Iran ha innescato una reazione a catena in Oriente. La Repubblica Islamica ha reagito colpendo con missili balistici e droni l’Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, il Libano, e persino Cipro, che fa parte dell’Unione Europea. Senza contare i fermenti in Iraq e in Siria, dove le milizie filo-iraniane stanno colpendo gli obiettivi americani. Una nuova guerra fatta di paura, morti e gravi conseguenze economiche. Ma la Casa Bianca è riuscita a trovare un lato comico anche in questo caso. E continua il paradosso del “Presidente della pace” che continua ad usare le armi per far capire chi è il più forte nel risiko del mondo reale.
IL VIDEO SULLE NOTE DI MACARENA
Sull’account Instagram ufficiale della White House il 3 marzo è stato pubblicato un reel che mostra alcuni momenti dell’operazione “Epic Fury” contro l’Iran. Si vedono dei caccia decollare e sganciare bombe su Teheran, il tutto con in sottofondo le prime note della celebre hit del 1993 “Macarena”. È cosi che Donald Trump parla del conflitto e non è la prima volta che ironizza su situazioni di allerta come questa. Era accaduto anche lo scorso giugno quando sul suo social Truth aveva condiviso un video dei bombardamenti americani su Teheran, accompagnato dal brano “Bomb Iran”, parodia dei “Barbara Ann” rivisitata in chiave anti-iraniana. La risposta degli utenti è stata molto dura, ma a The Donald non spaventa la condanna mediatica. La sua è una strategia precisa volta a sminuire la gravità dell’attacco contro un nemico non riconosciuto come proprio pari.
“Macarena” è la colonna sonora, ma le immagini sono tutto fuorché una festa. La strategia comunicativa della Casa Bianca si conferma smisurata e dissennata con l’ultimo video pubblicato sui propri canali per celebrare gli attacchi all’Iran pic.twitter.com/AgxoDgWhqp
— L’Espresso (@espressonline) March 3, 2026
RECORD DI ATTACCHI
Fa tutto parte della comunicazione scorretta del tycoon, iniziata fin dalla corsa alle presidenziali, quando Trump aveva messo in guardia gli americani dal votare la democratica Kamala Harris, perché a detta sua avrebbe portato il Paese alla guerra. Lui, invece, si è presentato come «il futuro presidente della pace e penserò solo a migliorare la vita degli americani». Affermazione che aveva suscitato ovazioni tra i sostenitori, una promessa che fin da subito però non è stata mantenuta. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha segnato un record in rosso. Tra raid aerei e attacchi mirati contro Paesi stranieri, è il presidente che nella storia americana ha più dichiarato guerra al mondo.
Torniamo al primo febbraio 2025, quando gli Stati Uniti hanno bombardato in Somalia postazioni riconducibili allo Stato Islamico, continuando poi il 13 marzo, giorno in cui viene ucciso un leader dell’Isis. Tra marzo e giungo viene aperto anche il fronte yemenita, usando navi e aerei contro i ribelli Houthi. Tensione massima a giugno, quando, dopo i negoziati sul nucleare, gli Sati Uniti si sono uniti a Israele, colpendo tre siti iraniani nella “Guerra dei 12 giorni”. A settembre dello stesso anno è iniziata l’operazione contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti venezuelani nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico: in tre mesi ha causato più di cento morti. E ancora il 19 dicembre gli Usa attaccano la Siria, rispondendo all’attacco ad una base americana da parte di un gruppo terroristico. Il 25 dicembre la Nigeria per colpire decine di terroristi islamici con un blitz definito da Trump “letale”.
LE OFFENSIVE DA GENNAIO IN POI
A gennaio 2026 si sono succeduti attacchi mirati: il terzo dell’anno c’è stato un altro blitz aereo, questa volta in Venezuela per sequestrare il presidente Nicolás Maduro. Un bene per il popolo venezuelano, ma una prepotente violazione del diritto internazionale. Il 16 gennaio nuova attenzione in Siria, dove il comando americano ha ucciso Bilal Hasan al-Jasim, affiliato ad Al-Qaeda. Per non parlare delle sue mire espansionistiche verso la Groenlandia, l’isola politicamente autonoma del Regno di Danimarca, minacciando un intervento militare in caso di mancato accordo economico di acquisizione. Trump ha rivelato anche che presto avrebbe controllato Panama e acquisito “in modo amichevole” Cuba.

Tutte azioni che per il tycoon sono da elogiare e non da condannare. Tanto che il 23 settembre 2025, durante Assemblea generale delle Nazioni Unite, il capo della Casa Bianca si è vantato di aver posto fine a sette guerre «in sette mese di presidenza». Ignorando però che il conflitto Russia-Ucraina continua da ormai 4 anni. Trump è abile nel giustificare le operazioni militari come risposta a minacce concrete, ma di fatto il quadro internazionale è costellato da una pericola escalation militare globale che preoccupa i leader internazionali, sempre più spettatori di un gioco in cui conta solo la forza economica e militare, e non il buonsenso politico.