Tra USA e Iran: il destino sospeso del popolo curdo e la scommessa di Trump

Nel cuore di un Medio Oriente in fiamme, il popolo curdo – circa 35-40 milioni di persone privo di uno Stato sovrano – si ritrova ancora una volta a essere l’ago della bilancia in un conflitto che potrebbe ridisegnare i confini della regione. Frammentati tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, i curdi rappresentano la più grande minoranza etnica al mondo senza una bandiera riconosciuta. Le radici dell’attuale instabilità risalgono alla fine della Grande Guerra. Se nel 1920 il Trattato di Sèvres aveva acceso la speranza di un Kurdistan indipendente, solo tre anni dopo, il Trattato di Losanna cancellò quel sogno, definendo i confini della Turchia moderna e lasciando i curdi in una condizione di perenne minoranza sotto governi spesso ostili. Da allora, ogni tentativo di autodeterminazione è stato sistematicamente soffocato.

La strategia di Washington: i curdi come “scudo”

Con l’inasprirsi delle tensioni nel 2026 tra l’asse Israele-USA e l’Iran, la Casa Bianca ha rispolverato la “carta curda” come elemento centrale della propria dottrina militare. La strategia di Donald Trump appare chiara: utilizzare le milizie curde come forza d’urto terrestre per evitare l’invio massiccio di truppe americane e il conseguente trauma politico dei “rientri in patria”.

L’obiettivo dichiarato è innescare una rivolta popolare su vasta scala dall’interno dell’Iran. Nonostante cinque giorni di bombardamenti pesanti abbiano portato all’uccisione di Ali Khamenei e di quasi cinquanta vertici del potere, il regime di Teheran non è imploso, dimostrando una resilienza inaspettata e rispondendo con piogge di missili balistici su obiettivi sensibili in tutto il Golfo.

Ali Khamenei – guida suprema dell’Iran dal 1989 fino alla sua morte il 28 febbraio 2026
La coalizione dei Cinque

Per rispondere a questa chiamata, il fronte curdo-iraniano ha tentato una mossa senza precedenti: la nascita della Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano (CPFIK). Questo blocco riunisce cinque sigle storiche, tra cui il Pdki, il Pak e il Pjak, con l’obiettivo di creare un Iran federale e democratico piuttosto che una secessione immediata, cercando così di rassicurare le altre opposizioni interne.

Tuttavia, la forza militare effettiva resta limitata a circa 5.000-8.000 combattenti. Mentre alcuni reparti avanzano nel nord-ovest dell’Iran cercando di stabilire una “zona cuscinetto” protetta dall’aviazione USA, i dubbi sulla reale capacità di penetrazione restano alti.

Trappole geopolitiche e il fantasma del tradimento

Il cammino verso l’autodeterminazione è però disseminato di ostacoli strutturali. L’isolamento geografico: un eventuale Kurdistan sarebbe privo di sbocchi sul mare, condannandolo a una perenne dipendenza economica dai loro vicini. L’opposizione turca: Ankara osserva con estremo timore qualsiasi progresso curdo, considerando le milizie come estensioni del terrorismo del Pkk e temendo un effetto domino sui propri confini. Frammentazione interna: la popolazione curda non è un monolito. Le divisioni tra sunniti e sciiti (questi ultimi spesso integrati nel sistema iraniano) complicano il sogno di una rivolta unanime.

Sopra ogni cosa, pesa il “peccato originale” del rapporto con l’Occidente: una storia fatta di alleanze tattiche seguite da bruschi abbandoni. Dal silenzio di Reagan sulle repressioni di Saddam Hussein negli anni ’80, fino al via libera di Trump alle incursioni turche nel nord della Siria. Recentemente, la loro causa è diventata persino merce di scambio nelle trattative per l’allargamento della Nato a Svezia e Finlandia. L’ultimo esempio bruciante risale a pochi anni fa. Dopo aver guidato la lotta terrestre contro l’Isis, le milizie curde in Siria furono lasciate scoperte dal ritiro americano, finendo nel mirino dell’esercito turco.

Milizie curde di Unità di Protezione Popolare (YPG)
Il caso del Rojava

Il destino del Rojava è stato sigillato il 30 gennaio scorso, quando l’Amministrazione autonoma ha accettato di smantellare le proprie istituzioni e, soprattutto, il proprio braccio armato: le Forze Democratiche Siriane. Questa decisione non è stata una scelta, ma una necessità dettata dal ritiro del sostegno degli Stati Uniti, che per oltre un decennio avevano garantito la sopravvivenza della regione. Senza lo scudo americano, l’esperimento curdo è rimasto schiacciato tra l’ostilità di Ankara e l’avanzata del nuovo regime siriano guidato da Ahmed al-Sharaa.

Il Rojava non era solo un territorio controllato militarmente, ma un laboratorio sociale fondato sulla democrazia partecipativa, il pluralismo religioso e la liberazione femminile. Nato come alternativa al modello tradizionale di Stato-nazione, questo progetto aveva attirato la solidarietà globale grazie all’eroica resistenza contro l’Isis e al ruolo centrale delle combattenti donne. Tuttavia, questi ideali progressisti sono stati visti come una minaccia da tutte le potenze regionali, che hanno atteso il momento propizio per soffocare un’esperienza giudicata troppo eversiva per gli equilibri mediorientali.

Le donne nel Rojava combattono in prima linea per mantenere l’indipendenza curda dalle forze siriane
Un futuro sospeso

Mentre i Pasdaran rispondono all’offensiva con raid contro le basi dei miliziani, l’intera operazione si configura come una scommessa ad altissimo rischio. Se la carta curda non riuscirà a scatenare l’insurrezione sperata, il popolo curdo rischia di ritrovarsi ancora una volta a essere una pedina in una guerra combattuta per interessi altrui. Lasciando il “Grande Kurdistan” confinato, come accade da un secolo, solo sui libri e sulle mappe.

 

Maria Sara Pagano

Tutto è iniziato a 15 anni con un sogno: raccontare la notte degli Oscar. Oggi quella passione per il cinema è cresciuta, accogliendo tra le sue fila la musica e la politica interna. Non mi accontento della superficie: scavo a fondo per trovare il lato umano dietro ogni fatto. Dicono che io sia testarda, ma credo che nel giornalismo la tenacia non sia un difetto, bensì l'unico modo per arrivare alla verità.

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