La Svezia in controtendenza sulle misure per contenere il Coronavirus

Mentre gran parte dei Paesi occidentali chiudono attività e scuole e blindano i confini, la Svezia ha deciso di prendere un’altra strada. Almeno per il momento. Infatti, nonostante i contagi continuino a salire giorno dopo giorno, superando rapidamente i 2.000 casi, il governo non ha imposto ancora il lockdown.

«L’obiettivo dell’operato dell’esecutivo è di limitare la diffusione dell’infezione, in modo da evitare che molte persone si ammalino contemporaneamente. Ma è anche quello di garantire risorse per i servizi sanitari e di alleviare le conseguenze per i lavoratori e per le nostre imprese in questo momento difficile» ha dichiarato il Primo Ministro svedese Stefan Löfven lo scorso 22 marzo, in un discorso alla nazione.

Statistic: Cumulative number of coronavirus (COVID-19) cases in Sweden since January 2020 (as of March 25, 2020) | Statista
Cumulative number of coronavirus (COVID-19) cases in Sweden since January 2020 – Source: Statista.com
La strategia di Stoccolma

Divieto di assembramenti che superino le 500 persone, chiusura delle università e di alcuni istituti superiori, obbligo per ristoranti e bar di servire soltanto ai tavoli e non al bancone, confini chiusi solo parzialmente per i turisti non Europei. Sono queste le direttive varate finora dalle autorità svedesi, che hanno anche consigliato a coloro che ne hanno l’opportunità, di lavorare da casa. Altre forti raccomandazioni delle istituzioni riguardano soprattutto l’evitare i contatti con le persone più anziane, alle quali è stato intimato di restare nelle loro abitazioni.

Restano quindi aperte le scuole e molte persone che non possono usufruire dello smart working, continuano a recarsi al lavoro, spostandosi su treni e mezzi pubblici. L’epidemiologo Anders Tegnell, a capo dell’Agenzia di Sanità Pubblica svedese, ha affermato che la regolare attività di scuole e asili è fondamentale, per assicurare ai genitori che lavorano nel sistema sanitario, di poter continuare a lavorare senza problemi.

Tuttavia, a differenza da quanto sostenuto in un primo momento nel Regno Unito da Boris Johnson, la Svezia non sta seguendo specificatamente la strada dell’”immunità di gregge”. Quello che le istituzioni stanno cercando di fare è rallentare la diffusione dei contagi. Gli obiettivi sono evitare quanto più possibile il sovraffollamento delle strutture sanitarie, mediante il rispetto delle raccomandazioni date, e allo stesso tempo cercare di salvaguardare l’economia del Paese.

Il virus, secondo Tegnell, potrebbe placarsi a maggio, ma ripresentarsi di nuovo in autunno: a quel punto sarà importante capire cosa succederà in caso di recrudescenza del Covid-19. È ipotizzabile infatti che, sottolinea l’epidemiologo svedese, trascorsi alcuni mesi dalla prima epidemia, venga messo a punto un vaccino efficace o si crei una «combinazione di immunità e vaccinazione».

Le peculiarità svedesi: indipendenza delle organizzazioni pubbliche e fiducia nelle istituzioni

Come da prassi costituzionale accade in Svezia nei periodi di emergenza «l’Agenzia di Sanità Pubblica ha il compito di essere l’autorità principale riguardo la crisi del Coronavirus, e il Primo Ministro e il suo governo sono tenuti ad ascoltare e seguire i suoi consigli». A spiegarlo è lo storico svedese Lars Trägårdh, il quale individua nell’indipendenza delle organizzazioni pubbliche – l’Agenzia di Sanità Pubblica in primis – dalle imposizioni ministeriali, uno dei tratti distintivi del Paese scandinavo. Un potere decisionale capace quindi di influenzare le scelte governative, come di fatto sta avvenendo.

Questo, continua lo storico, insieme alla grande fiducia che la società ha nei confronti delle proprie istituzioni, costituiscono le principali ragioni dell’esistenza di un “modello svedese” all’epoca del Coronavirus. In un rapporto di mutua collaborazione, le persone si affidano alle direttive delle agenzie pubbliche e queste a loro volta contano sul senso civico e il rispetto delle regole da parte della popolazione.

In una situazione critica come quella attuale, poter contare sulla responsabilità dei cittadini sta costituendo un argine all’applicazione delle misure draconiane che il resto d’Europa ha imposto. «L’unico modo per gestire questa crisi è di affrontarla come una società, con tutti che si assumono la responsabilità per sé stessi, per gli altri e per il nostro Paese», ha dichiarato il Premier Stefan Löfven.

Il governo ha comunque prospettato l’eventualità di adottare provvedimenti più rigidi qualora ce ne fosse bisogno. Dichiarazione avvenuta in vista delle vacanze di Pasqua, durante le quali in molti si spostano dalle città verso le stazioni sciistiche e frequentano locali e ambienti dove è probabile stare a contatto ravvicinato con altre persone.

Le critiche al modello laissez-faire

Non tutti però, all’interno del Paese, sono d’accordo sulla scarsa rigidità delle politiche attuate. Joacim Rocklöv, epidemiologo e professore dell’Università di Umeå, è scettico sulla sostenibilità nel lungo periodo di una tale scelta. «C’è un grande rischio che la Svezia possa finire in quarantena quando il sistema sanitario andrà in crisi», ha commentato Rocklöv, aggiungendo che il voler evitare a tutti i costi il lockdown oggi, potrebbe significare paralizzare in modo ancora peggiore lo Stato domani.

Tra i critici, c’è anche l’ex Primo Ministro svedese Carl Bildt, che ha espresso grande preoccupazione per la situazione del suo Paese. «Questa potrebbe essere anche la nostra realtà in poche settimane», ha scritto su Twitter, in riferimento alle tragiche immagini dei mezzi dell’esercito a Bergamo, arrivati per caricare le bare delle vittime del Coronavirus.

Inoltre, in linea con quanto previsto dalla maggior parte dei governi europei, anche le nazioni confinanti, specialmente Danimarca e Norvegia, hanno adottato rigide misure restrittive. Ci si chiede dunque se la Svezia, uno dei cinque Paesi più “felici” al mondo, potrà permettersi di mantenere a lungo questa situazione o dovrà presto prepararsi al lockdown generale.

Francesco Puggioni

Marchigiano, 22 anni. Mi sono laureato in Scienze Politiche Sociali e Internazionali all’Alma Mater di Bologna, dove ho lasciato un pezzo di cuore. Ora a Milano, alla Scuola di Giornalismo IULM - Mediaset. Coltivo da sempre le mie più grandi passioni: la scrittura e la musica. Suono la batteria, mentre inseguo il sogno di poter essere giornalista. Scrivo per il sito del Master IULM e per il blog multiTasca.

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