Un fedelissimo di Donald Trump, o almeno così sembrava. Il 17 marzo Joe Kent, 45 anni, si è dimesso dal ruolo di direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense, dopo aver ricoperto l’incarico per un anno. L’eroe di guerra ha comunicato la decisione con una lettera destinata al presidente americano, poi pubblicata anche sul suo profilo X. I motivi risiederebbero nella recente guerra contro l’Iran che, a detta di Kent, sarebbe iniziata solo per «le pressioni di Israele». Intanto cala il consenso dei repubblicani nei confronti del tycoon.
LE MOTIVAZIONI
«Non posso sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana». Sono queste le parole con cui Joe Kant ha lasciato il suo incarico, destabilizzando l’amministrazione Trump. Ha paragonato le motivazioni di Donald Trump per attaccare l’Iran a quelle che avevano anticipato l’attacco all’Iraq del 2003: anche l’allora presidente George W. Bush aveva parlato del regime di Saddam Hussein come di una “minaccia imminente», per via del loro presunto possesso di armi di distruzione di massa, versione poi smentita.
After much reflection, I have decided to resign from my position as Director of the National Counterterrorism Center, effective today.
I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no imminent threat to our nation, and it is clear that we started this… pic.twitter.com/prtu86DpEr
— Joe Kent (@joekent16jan19) March 17, 2026
Nella lettera, Kent cita poi la sua vita personale. È un veterano di guerra, andato a combattere 11 volte, con una lunga carriera nelle Forze Speciali e nella Cia. Nel 2019 ha perso sua moglie Shannon, una crittologa militare dell’Intelligence uccisa in Siria durante un attentato suicida. Per queste ragioni «non posso sostenere l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo umano e costa vite umane», ha affermato. Al momento, secondo i numeri diffusi dal Pentagono, in Iran sono morti tredici militari e riservisti americani, e più di duecento sono rimasti feriti. Ma ci sono dubbi sul fatto che le cifre siano corrette.

LA REAZIONE DI TRUMP
Parole dure, quelle di Kent, che stupiscono perché arrivano da un uomo delle istituzioni, con contatti con l’estrema destra, un loro membro fidato. Non era mai successo sotto la seconda amministrazione di The Donald che un dirigente lasciasse il suo posto in aperta rottura con il governo, dando sfogo a quello che milioni di elettori trumpiani e democratici credono: è la guerra di Israele, non degli Stati Uniti. Infatti, quanto accaduto più che un episodio randomico, sembra un sintomo di un malcontento generale che sempre più prende forma e forza negli USA. Nei recenti sondaggi Usa, un americano su due pensa che Trump abbia attaccato l’Iran per sposare l’attenzione dallo scandalo sessuale dei file Epstein.

Uno scossone politico che, però, è stato subito liquidato e sminuito, in linea con il modus operandi del tycoon. «È un bene che se ne sia andato, perché ha sostenuto che l’Iran non fosse una minaccia», ha commentato Trump rispondendo alle domande dei giornalisti nello Studio Ovale. Per poi affermare: «Ho sempre pensato fosse una brava persona, ma anche un debole sulla sicurezza». Coerente la versione della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt: «È il Commander-in-Chiefs che stabilisce cosa è o non è una minaccia», definendo poi «assurdo» l’idea che Trump abbia deciso di attaccare perché spinto da Israele.