«Abbiamo preso il controllo per poi regalarlo di nuovo». Si è espresso così Nigel Farage, capo del partito Reform UK, a seguito del cambio di rotta intrapreso dal Primo Ministro britannico Keir Starmer sulle politiche Brexit. Era gennaio 2026, quando Starmer, al potere dal 2024 con il Partito Laburista, in un’intervista alla BBC aveva espresso la volontà di «allinearsi al Mercato Unico [Europeo]» per l’interesse dello Stato britannico. A causa dell’erosione negli ultimi mesi dei rapporti con gli Stati Uniti e i mega-dazi che hanno portato i prezzi nei carrelli della spesa (e non solo) alle stelle, il Regno Unito ha deciso di cercare pace per i suoi mercati tra le braccia dei vecchi compagni europei. Per farlo, Starmer e il suo governo stanno elaborando il “EU Reset Bill”, previsto per giugno 2026.
I poteri di Enrico VIII
L’EU Reset Bill è il pilastro legislativo attraverso il quale il governo Starmer intende attuare il riavvicinamento normativo all’Unione Europea. Non si tratta solo di un accordo commerciale, ma di uno strumento giuridico che modifica il modo in cui il Regno Unito produce le proprie leggi. Il cuore della legge è l’impegno a far sì che le norme britanniche in settori specifici (come standard industriali, sicurezza alimentare, prodotti chimici e tutela ambientale) rimangano identiche e allineate a quelle dell’Europa.
L’obiettivo è eliminare la necessità di controlli doganali: se le regole sono le stesse, le merci possono circolare senza intoppi. Per evitare che ogni singolo piccolo aggiornamento normativo debba passare per un lungo dibattito parlamentare a Westminster, l’EU Reset Bill concede ai ministri, tramite i cosiddetti “Henry VIII powers”, il potere di modificare le leggi nazionali tramite legislazione secondaria. Questi poteri si rifanno appunto alle politiche di Enrico VIII, ovvero i poteri che permettono al governo di emanare nuove leggi senza il pieno scrutinio del Parlamento, proprio come faceva il monarca Tudor.

«Un golpe istituzionale»
Nigel Farage, a capo del Partito Reform UK, ha già iniziato a usare il termine “vassallaggio” parlando delle iniziative di Starmer. La critica principale è che adottando l’allineamento all’Unione Europea, Starmer stia tradendo l’elettorato che aveva votato “Leave” al Referendum Brexit, provocando un vero e proprio «golpe istituzionale». Il Regno Unito si ritroverebbe, secondo Farage, a dover obbedire a leggi scritte da Bruxelles su cui non ha più né voto né veto, trasformando così il Regno Unito in una colonia economica dell’UE.
Farage utilizza la questione per erodere il consenso laburista nelle zone del Nord e delle Midlands, le aree del cosiddetto “muro rosso” che votò 10 anni fa a favore della Brexit. «Starmer vi ha mentito in campagna elettorale dicendo che non saremmo rientrati nel Mercato Unico; ora lo sta facendo dalla porta di servizio». Farage ha già dichiarato che, se andasse al potere, considererebbe questi accordi con l’UE «nulli e non avvenuti».
La reazione dei conservatori Tory
La reazione dell’ala conservatrice è molto più sfumata e complessa. A differenza di Farage, i Tory riconoscono il danno economico della Brexit, spesso citando il calo del 4% del PIL stimato. Tuttavia, la loro critica principale è che Starmer stia rendendo il Regno Unito un “Rule-Taker”, ovvero un esecutore di regole imposte dall’Unione Europea. La leader del partito, Kemi Badenoch, ha accusato Starmer di «chiedere all’UE di fargli i compiti a casa» perché non ha idee per implementare la crescita del Paese.
La risposta UE
L’Unione Europea rimane cauta. Sebbene accolga con favore il cambio di tono del governo Starmer, la Commissione ha ribadito che non permetterà il “cherry-picking” da parte del Regno Unito, ovvero di approfittare solo dei vantaggi del Mercato Unico senza accettarne gli oneri, come la libertà di movimento all’interno dei confini UE.