Perché il «modello Caracas» di Trump non può funzionare in Iran

L’Iran è il nuovo Venezuela? Secondo Donald Trump sì: nel suo «scenario perfetto» il governo di Teheran potrebbe seguire la riorganizzazione avvenuta a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro. Ma se le ipotesi del tycoon appaiono semplici e dirette, la realtà racconta un quadro completamente diverso.

Come in Venezuela

In un’intervista al New York Times, Trump ha espresso la sua volontà di attuare una transizione «alla venezuelana» in Iran. Nella sua visione, quindi, l’attacco del 28 febbraio che ha portato alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei può essere paragonato al blitz avvenuto il 3 gennaio verso Maduro. E di conseguenza, se a Caracas gli Stati Uniti hanno imposto il loro dominio, così potranno fare nella Repubblica islamica. Un ideale che è stato denominato il «modello Caracas». Tolto il leader di turno nel Paese, Washington ha imposto la propria forza con accordi economico-commerciali, la scelta dei funzionari amministrativi e soprattutto dando la legittimità al governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez. Un piano che, secondo la narrazione del tycoon, ha permesso la liberazione del Venezuela, cancellando ventisei anni di chavismo in una sola notte.

Cosa vuole The Donald
La firma dell’accordo tra Trump e i leader di destra sudamericani

L’interesse di Trump per il Venezuela nasce per uno scopo preciso. Il leader statunitense vuole riproporre la “Dottrina Monroe”, rinominata da lui stesso “Donroe”, attestando la supremazia di Washington nell’emisfero occidentale. Questa fame di potere lo spinge a rivendicare Paesi americani come Canada, Groenlandia e Cuba, oltre che a stringere accordi con gli Stati di destra per creare una grande alleanza. Con ovviamente The Donald a capo. Il Venezuela rientra così in questo progetto, ma anche nella volontà di controllare le risorse energetiche con un “protettorato” della Casa Bianca. Due obiettivi, allargare la propria cerchia di potere e regolare le materie prime come il petrolio, che Trump sta cercando di inseguire anche in Iran. Ma c’è qualche problema in più.

Le differenze tra i due Paesi

Il «modello venezuelano» potrebbe non essere così semplice da replicare nella Repubblica islamica. Il primo motivo è puramente numerico: l’Iran conta circa 92 milioni di abitanti, tre volte tanto il Venezuela, che invece ne ha 28 milioni. Poi c’è la questione della leadership. Prima Chavez e poi Maduro hanno creato un apparato politico concentrato sulla loro figura, con esponenti politici appartenenti a una cerchia ristretta. Teheran, invece, ha al suo interno una complessità politica maggiore con il potere diviso tra istituzioni religiose, organi eletti e strutture militari come la Guardia Rivoluzionaria. Un’architettura che dal 1979, anno della rivoluzione, ha un solo scopo: mantenere la continuità del regime a prescindere dalla caduta del singolo leader.

Il Venezuela post-Maduro

Infine, l’ultimo motivo riguarda il passato dei due Paesi. Il Venezuela ha vissuto un’epoca di democrazia stabile con una pluralità di partiti, garantita anche con il regime di Maduro nonostante gli arresti dei dissidenti. Con il governo Rodriguez molti dei prigionieri politici sono stati liberati e l’opposizione è tornata ad avere una propria libertà nel Paese, con la speranza di un possibile ritorno della leader Maria Corina Machado. In Iran, invece, il popolo non ha un ricordo di democrazia e ciò che desidera è la libertà.

Il futuro dell’Iran
Alcune proteste contro la guerra in Iran

Questi tre aspetti rendono Venezuela e Iran molto diversi tra di loro e minano il piano politico di Trump. Se il modello Caracas non è percorribile, sono tre le alternative possibili nella Repubblica islamica. La morte di Khamenei e la crisi in cui si trova ora il Paese potrebbero portare a una rivolta popolare e al successivo crollo del regime. La difficoltà di questa strada, però, è la mancanza di un leader forte dell’opposizione iraniana: una possibilità potrebbe essere il principe ereditario in esilio Reza Pahlavi, ma proprio Trump ha più volte ridimensionato la sua credibilità. La seconda possibilità è un blitz delle forze speciali statunitensi e israeliane per eliminare la minaccia nucleare iraniana. In questo modo la guerra non finirebbe con un accordo politico, ma con un colpo diretto all’uranio arricchito e alle infrastrutture strategiche per prendere il controllo dell’isola di Kharg e dello Stretto di Hormuz. Territori fondamentali per il passaggio del petrolio. L’alternativa al blitz, invece, potrebbe essere un accordo sul nucleare con colloqui tra le parti e il successivo cessate il fuoco.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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