La minaccia di Trump su Cuba: lo stop del petrolio ferma i voli e le città

Cinquant’anni fa era un pedone nemico nella propria sfera di influenza. Oggi è una Groenlandia 2.0 o un possibile secondo Venezuela. Si tratta di Cuba, quella piccola isola americana tra il mar dei Caraibi, il golfo del Messico e l’oceano Atlantico, che sembra essere il prossimo Paese a cui Donald Trump vuole arrivare.

Da nord a sud

Le minacce e le pretese del leader statunitense non sembrano fermarsi. Dopo il blitz a Caracas dello scorso 3 gennaio e la caduta del presidente venezuelano Nicolas Maduro, Trump ha guardato a nord, rivendicando la volontà di annettere la Groenlandia. Un desiderio che il tycoon aveva già espresso con il Canada, che voleva trasformare nel 51esimo Stato della bandiera a stelle e strisce, ma che sembra aver dimenticato. Ma in questo gioco tra nord e sud America, Trump guarda anche a quell’isola un tempo territorio sovietico e patria del comunismo. Oggi Cuba è un Paese piegato dalla crisi economica e sociale e le azioni degli Stati Uniti non sembrano essere volte ad aiutare uno Stato in ginocchio.

La supremazia Usa

Questa volta Trump è stato diretto nel suo obiettivo: strangolare l’economia di L’Avana e portare alla caduta del regime che la governa dal 1959. Più in generale Cuba rientra nel desiderio del leader di creare una propria zona di interesse nell’Atlantico, esplicitato nella “Dottrina Donroe” e nel “Corollario Trump”. Due termini che strizzano l’occhio alla “Dottrina Monroe” del 1983 e al “Corollario Roosevelt”, che conferivano agli Usa il potere di esercitare un’influenza diretta negli altri Paesi americani con il fine di evitare disordini. Un approccio ripreso e manipolato da Trump che vuole riaffermare la supremazia statunitense nel continente americano, usando dazi e altre azioni geopolitiche per bloccare l’influenza di potenze come Cina e Russia.

A Cuba è stato imposto lo stop petrolifero
La crisi petrolifera

Seguendo la Dottrina Donroe, il tycoon è intervenuto a Cuba, imponendo nei mesi scorsi il blocco totale delle importazioni di petrolio sull’isola. Fino a qualche mese fa, il Paese riusciva a produrre autonomamente il 40% della propria energia. Ma prima della caduta di Maduro faceva anche affidamento al rifornimento di combustibile offerto dal Venezuela. Poi spedizioni massicce arrivavano anche dal Messico e in modo più sporadico da Algeria e Russia. Dopo l’imposizione statunitense, però, anche questi Stati hanno abbandonato L’Avana per evitare ritorsioni. Cuba, evitando di piegarsi al volere di Trump, ha cercato di resistere, ma lo stop petrolifero ha provocato una delle più grandi crisi interne.

Conseguenze sui voli e nelle città

La situazione ha toccato il suo punto più basso qualche giorno fa, quando il governo cubano ha comunicato l’impossibilità per le compagnie aeree internazionali di fare rifornimento sull’isola. Il motivo è semplice: mancanza di carburante. Un aereo che atterra a Cuba, quindi, deve avere la certezza di poter avere abbastanza combustibile per ripartire, perché l’isola non può dare aiuto. Un episodio simile era già accaduto alla fine della guerra fredda. Con la caduta dell’Unione Sovietica il Paese perse il suo principale fornitore di petrolio e le compagnie aeree dirottarono i propri spostamenti in Messico o in Repubblica Dominicana per fare rifornimento.

La mossa statunitense, però, ha portato anche conseguenze drastiche nella vita quotidiana. Riduzione dei trasporti pubblici e dei giorni lavorativi (ora di quattro giorni), sospensione di interventi chirurgici negli ospedali e l’imposizione di un numero di lezioni universitarie che si possono tenere online. È quindi iniziato un abisso per Cuba, chiamato “opción cero”, ovvero l’opzione zero. L’espressione indica le condizioni di vita a cui possono essere sottoposti i cittadini di qualunque Stato nel momento in cui viene meno la possibilità di importare petrolio dall’esterno.

Un futuro incerto
Cuba è in una profonda crisi economica e sociale

Dall’incursione venezuelana Trump sembra aver portato la politica statunitense a un gradino successivo. Non ci sono più limiti territoriali e il tycoon, se vuole, può intervenire a piacimento. Tra la popolazione cubana e le leadership mondiali è alta la paura che proprio nell’isola si possa ripetere il blitz di Caracas. Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, si è più volte dichiarato favorevole a sanzioni aggressive contro Cuba e a un approccio interventista volto a porre fine al governo di L’Avana. A frenare Washington potrebbe essere la preparazione delle forze militari cubane, che in uno scontro tra i due Paesi potrebbe provocare molte vittime statunitensi. Per questo motivo Trump potrebbe muoversi con più cautela, ma senza placare la sua sete di potere. Se non può invadere Cuba nel breve periodo, il tycoon potrebbe minacciarla con misure dure per strangolare l’embargo attorno all’economia cubana. Un’azione che il leader statunitense ha già compiuto durante il suo primo mandato, imponendo misure per limitare le possibilità di Cuba di attrarre investimenti e importare cibo o petrolio.

1-continua

No Comments Yet

Leave a Reply