«Acqua, elettricità, vita. Il nostro diritto essenziale». Così recitava uno degli slogan delle proteste popolari in Iran, che hanno portato alla brutale repressione degli scorsi mesi. Mentre la guerra con Israele e Stati Uniti continua e i prezzi di petrolio e gas naturale sono sempre più fuori controllo, un’altra risorsa è ancora più a rischio, essenziale per la stabilità dell’intero Golfo Persico: l’acqua dolce.
Definita dalla Cia «la materia prima strategica del Medio Oriente», sta diventando sempre di più strumento di guerra e destabilizzazione della regione. Il territorio è infatti uno dei più aridi e desertici del pianeta: la sopravvivenza di molti suoi Stati dipende dagli impianti di desalinizzazione stanziati lungo le coste, che trasformano l’acqua marina in risorsa vitale per città e industrie.
Gli attacchi alla rete di desalinizzazione
L’attacco denunciato dal governo del Bahrain domenica 8 marzo rappresenta un’escalation significativa nel conflitto: un drone, secondo le autorità del regno, di provenienza iraniana, ha infatti colpito proprio uno dei suoi principali impianti idrici. Da alcune fonti emerge che l’area industriale, soddisferebbe circa il 75% del fabbisogno di acqua potabile del paese. Tale attacco sarebbe la risposta iraniana a un precedente raid americano, che avrebbe a sua volta colpito il desalinizzatore dell’isola di Qeshm. Le conseguenze sono state immediate: oltre trenta villaggi dell’isola sono rimasti sin da subito senza approvvigionamento idrico.

Dal canto loro, gli Stati Uniti avrebbero negato di avere come obiettivo infrastrutture idriche, per di più protette dal diritto internazionale umanitario. È la prima volta dall’inizio del conflitto che tali impianti, così fondamentali e allo stesso tempo fragili, diventano un vero e proprio bersaglio militare. Colpire la rete di desalinizzazione è una strategia ben precisa, in grado di piegare interi Paesi e innescare una crisi interna, condizionando la vita di centinaia di migliaia di persone.
La crisi idrica
Il tema acqua, spesso impopolare e dimenticato, è in realtà un enorme problema da molto tempo: la guerra ha reso concreta una crisi idrica profonda che esperti e centri di ricerca analizzano da anni. Per la regione del Golfo Persico, investire nei quasi 450 impianti di desalinizzazione, proprio grazie ai soldi incassati con petrolio e gas, ha costituito il vero rimedio tecnologico, che ha reso produttive le economie di ogni Stato.
Creando, però, anche una dipendenza: oggi il Kuwait ricava circa il 90% della propria acqua potabile da tale sistema, l’Oman l’86%, l’Arabia Saudita il 70%. Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano un’eccezione in positivo: grazie a strategie di diversificazione delle riserve sotterranee, dipendono dalla rete di desalinizzazione “solo” per il 42%. Tuttavia, in grandi città come Dubai, situate lungo la costa, la percentuale si alza vertiginosamente, arrivando al 96%.

L’Iran, pur avendo una dipendenza di oltre il 50%, al momento risulta meno vulnerabile agli attacchi ad infrastrutture idriche, rispetto ai propri vicini.
La siccità in Iran
Nonostante ciò, il Paese si trova in una posizione delicata. Da almeno sei anni, infatti, è alle prese con una grave siccità, che incide sul buon funzionamento del sistema idrico: tra il 1970 e il 2017, la disponibilità idrica per abitante si è ridotta del 58%. Secondo i media locali, nella capitale Teheran, il rallentamento del flusso d’acqua nelle ore serali e notturne è ormai normalità. Inoltre, le principali dighe della città risultavano piene soltanto all’11% nel mese di novembre. Una situazione che ha spinto le autorità a considerare una possibile evacuazione della capitale.
La crisi è prima di tutto climatica: la riduzione delle precipitazioni, pari a nemmeno un quinto della media globale, ha progressivamente abbassato il livello di fiumi e laghi che alimentano gli impianti. L’agricoltura, poi, assume oltre il 90% delle risorse d’acqua disponibili. Senza contare gli anni di mal governo e corruzione, impattanti anche sul funzionamento delle strutture.
Energia e acqua: un rapporto inscindibile
La criticità principale è rappresentata però dalla stretta integrazione del sistema idrico del Golfo con quello energetico: spesso la stessa infrastruttura produce energia e acqua, funzionando in cogenerazione con centrali elettriche. Colpire gli impianti può quindi comportare l’interruzione simultanea di entrambe le forniture. Inoltre, la loro concentrazione lungo le coste rappresenta un grande rischio. Non solo li rende sensibili ad innalzamento di temperature e cambiamenti di salinità, ma in primis più visibili e quindi maggiormente esposti ad eventuali attacchi, in tempi di guerra come questi.

La desalinizzazione poi è un processo energivoro e già di per sé inquinante: il suo sottoprodotto viene rigettato nell’oceano, rischiando di danneggiare gli habitat circostanti. Lo stesso inquinamento marino, provocato dallo sversamento petrolifero, potrebbe contaminare le prese d’acqua degli impianti, interrompendo la produzione su larga scala.
Acqua, la risorsa più sensibile
La minaccia è tangibile. Secondo un dispaccio WikiLeaks del 2008, citato dal New York Times, capitali come Riad sarebbero evacuate quasi totalmente in una sola settimana, in caso di attacchi alla rete idrica. Per quanto riguarda l’Iran, ogni sua azione militare nella regione potrebbe avere ripercussioni anche sul proprio approvvigionamento idrico e su quello degli altri Paesi del Golfo Persico, che potrebbero decidere in futuro di entrare nel conflitto contro Teheran. Se quella messa in atto dallo Stato islamico fosse una strategia di destabilizzazione dell’intera area, proprio l’acqua, come affermato dall’analista Javier Blas, esperto di materie prime di Bloomberg, «potrebbe diventare un fattore geopolitico in grado di decidere lo scontro» contro Israele e Usa.