Iran, cosa c’è (davvero) dietro quel velo

https://www.instagram.com/masterx_iulm/
Il coraggio di parlare

“Il nostro è un paese ricco, ma le persone sono povere”. Così Jasmine (nome di fantasia), ha iniziato a raccontare a Masterx la sua vita in Iran tra limitazioni e ristrettezze. Parla con un nodo in gola e spesso le trema la voce ma ha comunque avuto il coraggio di parlare, convinta che anche un piccolo gesto o una parola detta in più possano condurre a un grande cambiamento.

Le proteste

Sono 47 le ragazze che abbiamo contattato per fare una chiacchierata con noi e di queste ben 46 hanno rifiutato l’intervista, certe che fossimo stati pagati dal governo iraniano per tendergli una trappola. Erano spaventate, terrorizzate da un regime che dall’inizio delle proteste ha ucciso oltre 440 persone, come stima l’ISPI di Milano, e ne ha arrestato 20mila, di cui 28 attese dal boia. Dati in contrasto con quelli forniti dallo Stato, di gran lunga inferiori. L’agenzia per la sicurezza, infatti, parla di 200 decessi e secondo le associazioni umanitarie, le famiglie delle vittime sarebbero pressate dalle autorità a denunciare la morte dei propri cari come conseguenza di suicidi o incidenti stradali.

Combattere per vivere

L’ondata di proteste è nata a Saqqez, nel Kurdistan iraniano, con la morte della ventiduenne Masha Amini, ma si è irradiata in tutto il Paese con più di mille focolai di protesta in totale, quasi tutti capeggiati da donne. “Ma i nostri problemi non riguardano solo le donne, riguardano tutte le persone che vivono qui”, afferma Jasmine. “Stiamo provando a fare una rivoluzione”, dice, “non possiamo scegliere cosa indossare, cosa mangiare e addirittura dove andare. Non abbiamo niente da perdere, dobbiamo combattere per vivere.”

Oltre il velo

Fa male parlare con una ragazza quasi coetanea e vedere che le nostre vite sono così diverse solo per il fatto di appartenere a un’altra cultura. Fa male sentire il modo in cui alza la voce per esprimere quanto vorrebbe indossare una gonna anche lei, “ma la protesta”, dice, “va oltre il velo e il modo di vestirsi in generale. Queste sono solo alcune delle cose contro cui protestiamo. Abbiamo molti altri problemi nella società, tra cui la povertà e la cattiva gestione economica. Abbiamo tante risorse ma non le sfruttiamo, potremmo guadagnare tanto con il turismo e invece con questa situazione la gente non vuole venire qua”.

La solidarietà

“La solidarietà che riceviamo ci dà speranza. Le persone mi dicono vi siamo vicini, vi supportiamo. Questo è bellissimo ma i governi del resto del mondo invece non lo fanno. Loro hanno il potere di aiutarci e non lo dicono esplicitamente ma sembra che sostengano la Repubblica Islamica. Dovrebbero fare qualcosa per cacciare le famiglie che governano, dicono a noi come dobbiamo vestirci quando i loro figli vivono negli Stati Uniti e girano mezzi nudi.” Afferma la ragazza.

Dovevamo agire prima?

E allora, cosa c’è davvero dietro quel velo? Ci sono due occhi uguali ai nostri ma vittime della sorte di esser nati nel paese dalle mille ipocrisie e dove per troppo tempo non si è fatto di nulla. E ora che la morte di Mahsa ha obbligato tutto il popolo iraniano a ripensare alla mancata libertà e a reclamare una vita normale dobbiamo riflettere anche noi e chiederci se in questi anni avremmo potuto fare qualcosa per loro e per le donne di tutti i paesi in cui la condizione femminile è ancora molto arretrata.

No Comments Yet

Leave a Reply