Venezuela, Colombia e Cuba: tre Paesi del Sud America che sembrano pedine nelle mani del presidente statunitense Donald Trump.
Il blitz contro Maduro
Il più grande scossone politico nel Sud America è avvenuto il 3 gennaio scorso con l’intervento statunitense in Venezuela che ha portato la fine del regime di Maduro, durato 13 anni. Un blitz preciso e mirato, senza alcuna risposta militare di Caracas e da molti cittadini proclamato come un atto di liberazione. La vicepresidente Delcy Rodriguez ha colmato il vuoto di potere pochi giorni dopo, con il giuramento ad interim. Ma in un mese, com’è cambiato il Venezuela? L’amministrazione Trump sembra intenzionata a mantenere la propria presenza a Caracas, prendendo decisioni importanti al posto del governo. Innanzitutto, ha escluso Maria Corina Machado, principale oppositrice di Maduro e premio Nobel per la Pace, dalla gestione politica. Poi ha delineato un piano per accentrare nelle sue mani il controllo del settore petrolifero e più in generale un piano in tre fasi per la transizione democratica nel Paese.

La prima consisterebbe nel mantenere la stabilità di Caracas e nella consegna di 50 milioni di barili di petrolio agli Stati Uniti, che ne gestirà la vendita e con il ricavato aiuterà il popolo venezuelano. Il secondo passaggio prevede la ripresa dei rapporti economici con altri Stati e l’amnistia delle forze di opposizione da parte del governo Rodriguez. Infine si attuerebbe il passaggio di transizione.
La realtà post-Maduro
Ma ciò che viene deciso sulla carta non sempre ha un corrispettivo nella realtà politico-economica. Il Venezuela post-Maduro deve fare i conti sia con le correnti interne del chavismo che incoraggiano manifestazioni in piazza sia con i gruppi armati colombiani, come l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e le fazioni dissidenti delle FARC. Gruppi che hanno avuto una propria stabilità in Venezuela proprio grazie all’ex leader e che hanno imposto la loro presenza nell’ambito del traffico di droga sul confine tra Venezuela e Colombia.
Infine un ultimo aspetto fondamentale che deve tener conto il governo Rodriguez è il rapporto proprio con gli Stati Uniti. Caracas non deve diventare un Paese subalterno a Washington, come se fosse una mano statunitense che si muove secondo i dettami di Trump. Ma non deve neanche perdere un partner fondamentale. A ciò si aggiungono le difficoltà generate dal blocco statunitense che limita le capacità venezuelane di esportare petrolio e dagli attacchi della Casa Bianca verso navi sospette di narcotraffico provenienti da Caracas e diretti negli Usa.
Tra Trump e Petro
Per la Colombia sembra esserci un tentativo di riappacificazione con l’incontro tra Trump e il suo omologo Gustavo Petro, primo presidente di sinistra di Bogotà. Il rapporto tra i due Paesi si era raffreddato nei mesi scorsi a causa dello scontro formale su diversi temi. In particolare l’appoggio americano a Israele contestato da Petro anche durante l’Assemblea generale Onu a New York con un comizio pro Palestina. Un’azione che gli ha comportato la cancellazione del visto e l’espulsione dagli Usa. Ma soprattutto un motivo di scontro è nato dall’accusa del tycoon nell’ambito del traffico di cocaina. Trump aveva definito Petro un narcotrafficante e un “uomo malato” a capo di uno Stato che “fabbrica droga per spedirla negli Stati Uniti”.

Il problema della droga
La Colombia è realmente lacerata dal narcotraffico, ma il leader ha specificato che i grandi capi delle operazioni di narcotraffico si trovano in realtà a Dubai, Madrid e Miami. La stessa accusa era stata rivolta da Trump a Maduro ed era stato il pretesto utilizzato per giustificare l’attacco del mese scorso. Proprio Petro aveva criticato l’intervento statunitense e per questo motivo il tycoon l’aveva minacciato intimandogli: «Sarai il prossimo». Entrambi i leader, però, hanno definito l’incontro alla Casa Bianca come positivo, senza dare ulteriori informazioni. Nella conferenza ai giornalisti Petro ha specificato che Colombia e Stati Uniti collaboreranno per contrastare il narcotraffico e lavoreranno a un accordo sulle sanzioni.
Il blocco petrolifero
Se la Colombia sarà il nuovo Venezuela, teme per il suo futuro anche Cuba. Trump si è detto pronto a un negoziato, anche se non ha escluso l’intervento armato e subito dopo ha aumentato la pressione nel Paese. Il tycoon ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale a L’Avana e ha colpito le forniture di petrolio, imponendo dazi e un blocco petrolifero. L’amministrazione statunitense ha giustificato tale azione con la volontà di mantenere la sicurezza nazionale a L’Avana, evitando il dilagare ulteriore della crisi umanitaria che sta colpendo lo Stato. In modo non ufficiale si parla di un possibile futuro accordo tra i due governi che permetterebbe di evitare la totale interruzione di forniture e di restituire le proprietà confiscate agli esuli cubani che abbandonarono l’isolo dopo la rivoluzione del 1959.
Le volontà di Trump

Il vero obiettivo del blocco petrolifero è un altro: portare alla caduta del regime, facendo di Cuba l’ennesimo Paese nelle mani americane. Un’opzione che però vedrebbe un vuoto di potere e un caos generale nell’isola, con la successiva migrazione di cubani negli stati Uniti. L’amministrazione Trump, secondo il Wall Street Journal, starebbe identificando le figure di L’Avana con cui instaurare un dialogo per agevolare la transizione politica, senza arrivare a escalation violente. E come la Colombia, i motivi del raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba si devono cercare nei mesi scorsi. Trump, infatti, avrebbe espresso la volontà di creare una sua zona di influenza strategica in occidente e in quest’area in cui rientrerebbe anche L’Avana.
I rapporti con il Messico
In questo quadro geopolitico rientra anche il Messico. Dopo che gli Stati Uniti hanno imposto uno stop alle spedizioni petrolifere dal Venezuela, l’economia cubana è stata costretta a rivolgersi all’amministrazione messicana per l’approvvigionamento di carburante. Un aiuto fondamentale che, secondo le stime della compagnia petrolifera statale Pemex, avrebbe garantito nei primi nove mesi del 2025 l’invio di oltre 17 mila barili di petrolio greggio al giorno dal Messico a Cuba. Ma la situazione è cambiata con il blocco imposto all’isola dagli Stati Uniti e la crescente crisi geopolitica: il Messico ha deciso di sospendere temporaneamente l’invio di forniture a L’Avana. La contrazione da parte dei partner storici di Cuba, ovvero Venezuela, Messico e Russia, ha aggravato l’economia dell’isola. Le conseguenze sono ad oggi tangibili nella produzione di elettricità, nei trasporti e nella rete energetica nazionale.