El Mencho, El Chapo, El Mayo. Non sono semplici soprannomi. Indicato alcuni dei narcotrafficanti più pericolosi del Messico e ricercati al mondo, nonché leader di cartelli della droga. Ma perché vengono chiamati in questo modo?
All’origine
Facendo un passo indietro, i cartelli della droga sono organizzazioni criminali focalizzati sul controllo della produzione, distribuzione e commercio internazionale di stupefacenti, in particolare cocaina, metanfetamina e fentanyl. Nati in Colombia con il Cartello di Medellìn, la loro presenza si è estesa in Messico attraverso un monopolio che mira a controllare il mercato di esportazione in Europa, Stati Uniti e Canada. Il tutto con l’uso sistematico di violenza e intimidazioni. Proprio tali comportamenti minacciano la stabilità dei Paesi americani. Provocano lesioni per le economie nazionali e la destabilizzazione di intere regioni per il dilagare di attività di riciclaggio di denaro sporco e l’aumento del numero degli omicidi.
Il primo in Messico

Il Messico già negli anni 70 del Novecento era noto per la produzione di papavero e marijuana nella Sierra de Sinaloa. Poi l’attività è stata estesa a Jalisco, arrivando a sviluppare un’organizzazione in grado di superare le frontiere per distribuire le sostanze negli Stati Uniti. Fin dal principio emerse la figura di Miguel Ángel Félix Gallardo, fondatore del Cartello di Guadalajara negli anni ’80 e noto come “El Padrino” o “El Jefe”, ovvero “Il Capo”.
Un soprannome derivante dal fatto che Gallardo si impose come uno dei primi leader nel mondo dei narcotrafficanti, gestendo il commercio tra America del Sud e Stati Uniti. La sua ascesa durò circa un decennio. Fu arrestato nel 1989 per l’omicidio dell’agente della DEA, Enrique Kiki Camarena, e di Alfredo Zavala, un pilota di aereo del Ministero dell’Agricoltura, che aveva scoperto la piantagione di cannabis. Crimine per cui Gallardo sta scontando una condanna di 40 anni.
La popolarità dei soprannomi
Da lì in Messico è iniziata una lunga storia di narcotraffico, dominata da leader temuti in tutto il mondo e noti con soprannomi che indicano, nella maggior parte dei casi, una loro caratteristica fisica o aspetti della personalità. In altri casi, i nomi derivano dal gergo locale o da diminuiti che si diffondono spontaneamente nei loro quartieri d’origine. Per i narcotrafficanti rimanere nell’anonimato con soprannomi è fondamentale per nascondere la loro vera identità sia alle forze dell’ordine sia ai gruppi rivali. Alla base c’è un motivo di sicurezza, ma con l’aumento della loro importanza tali denominazioni hanno iniziato a essere utilizzate dalla Polizia e dai giornalisti, rimanendo impressi nell’immaginario collettivo.
El Chapo ed El Mayo

Uno dei narcotrafficanti messicani più noti è Joaquín Guzmán, meglio noto come “El Chapo”, ovvero “Il Piccoletto” in riferimento alla sua altezza. Era il leader del Cartello di Sinaloa, organizzazione dedita al traffico di cocaina, marijuana ed eroina a livello internazionale. El Chapo è stato estradato negli Stati Uniti nel 2017 e condannato all’ergastolo nel 2019 con l’accusa di traffico di droga, riciclaggio, omicidio e la confisca di 12,6 miliardi di dollari. Sempre del Cartello di Sinaloa faceva parte Ismael Zambada García, soprannominato “El Mayo” o “Don Ismael” come semplice abbreviazione del suo nome. Insieme a El Chapo, ha gestito rotte di cocaina ed eroica verso gli Stati Uniti fino a luglio 2024, quando è stato arrestato.
La morte e il caos
Di “El Mencho”, ovvero Nemesio Oseguera Cervantes, si sta parlando in questi giorni per la sua uccisione durante un’operazione militare. Il fondatore e leader del Cartel Jalisco Nueva Generacion, era detto “Il Grezzo” proprio per i suoi toni poco raffinati e rappresentava l’ultimo vecchio signore della droga. La sua morte ha sconvolto il Paese, sprofondato nel caos con una guerriglia tra le forze di autorità e le organizzazioni dei narcos. Incendi, blocchi stradali e devastazioni sono solo alcune delle conseguenze del blitz e il futuro del Messico è ora incerto.
L’uomo morto due volte
Poi ci sono i narcotrafficanti con più soprannomi, come nel caso di Nazario Moreno Gonzales, fondatore del cartello La Familia Michoacana. Si faceva chiamare “El Chayo”, soprannome di Nazario. “El Mas Loco” (“Il più pazzo”) per la sua condotta imprevedibile e brutale. Oppure “El Doctor”, per il suo fanatismo pseudo-religioso. Oltre che per le sue attività di narcotraffico, El Chayo è entrato nella storia come l’uomo che è morto due volte. Dopo essere stato dichiarato deceduto nel 2010, la sua vera scomparsa è stata confermata dalle autorità messicane nel 2014 in uno scontro nello stato del Michoacan.
Le abitudini dei leader
Molti soprannomi sono riferiti ai comportamenti dei membri delle organizzazioni criminali. Amado Carrillo Fuentes, leader del Cartello di Juarez, era conosciuto come “El Señor de los Cielos” (“Il Signore dei Cieli”) per la vasta flotta aerea che usava per il trasporto di cocaina. Santiago Meza Lopez, invece, era chiamato “El Pozolero”, per l’uso di soda caustica e acqua per sciogliere i corpi delle vittime. Infine, Osiel Cárdenas Guillén, ex leader del Cartello del Golfo, era soprannominato “El Mata Amigos” (“Il killer degli amici”), per la sua abitudine a uccidere chiunque si mettesse sulla sua strada. Ed era famoso per aver creato il gruppo paramilitare “Los Zetas” con ex soldati, chiamati con la lettera “Z” seguita da un numero (Z1, Z2…).
Sul grande schermo
Il narcotraffico non è un mondo sconosciuto all’opinione pubblica. Film e serie televisive hanno approfondito i temi della produzione e distribuzione di droga, immergendo gli spettatori in un contesto ben preciso e pericoloso.

Le serie più note sono Narcos, che racconta l’ascesa e la caduta dei signori della droga colombiani, e Narcos: Messico, lo spin-off che si focalizza sul cartello di Guadalajara e l’inizio del moderno narcotraffico messicano. Ma anche Griselda, basata sulla vita della “madrina” del narcotraffico di Miami. Regina del sud, incentrata sulla storia di Teresa Mendoza che ha scalato i vertici di un cartello in Texas. E ZeroZeroZero, che riprende il libro di Roberto Saviano intrecciando cartelli messicani, mafia italiana e trafficanti nordamericani.
Sebbene queste serie siano tratte da storie vere, ci sono anche documentari che esplorano il mondo del traffico della droga. Per esempio, Dope analizza il tutto dal punto di vista dei trafficanti e Narcoworld: Storie di droga si focalizza sulle rotte del traffico e le persone coinvolte nel business.