Due vittorie e una sconfitta che pesano su Trump. Il 30 giugno la Corte Suprema degli USA ha respinto il suo tentativo di abolire la cittadinanza automatica per nascita, firmata con un ordine esecutivo il primo giorno del secondo mandato del tycoon. L’obiettivo di The Donald era negare la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e di residenti temporanei nati negli Stati Uniti. Trionfo repubblicano, invece, per il divieto alle atlete transgender di competere nelle gare sportive e al budget illimitato per le campagne elettorali.
LA VIOLAZIONE DEL QUATTORDICESIMO EMENDAMENTO
Non stupisce il “No” della Corte Suprema, quanto i numeri con cui questa decisione è passata. Su nove giudici, di cui sei conservatori, hanno votato contro i tre liberal più i repubblicani Brett Kavanaugh, Amy Coney Barret e il presidente della Corte John Roberts. Una scelta motivata dal fatto che l’ordine esecutivo voluto da Trump nel 2025 viola il quattordicesimo emendamento della Costituzione. Era stato ratificato dopo la Guerra civile per tutelare i diritti degli ex schiavi afroamericani nel 1868. Si salvano così milioni di bambini che rischiavano di diventare apolidi. Non venendo riconosciuti come cittadini statunitensi e, in molti casi, neanche cittadini dei Paese di origine dei genitori. Il dato è imponente: in media negli Stati Uniti nascono all’anno 230 mila bambini da genitori che non hanno uno status legale pieno.
Un risultato interessante che fa capire come la Corte, forgiata personalmente da Trump, lo sostenga quasi sempre. Ma non tanto da mettere a rischio il futuro stesso della democrazia americana. Resta quindi il sistema dei “checks and balances”, l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Nonostante il tycoon cerchi in tutti i modi di metterlo in discussione. Il presidente della Corte John Roberts ha commentato la scelta: «La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto ad avere diritti, a partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Quella promessa è stata estesa ad ogni persona nata libera in questa terra». A questo Trump ha ribattuto sul suo social Truth: «Non è necessario alcun emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare oggi stesso a lavorare per porre fine alla cittadinanza per diritto di nascita, una pratica costosa e ingiusta per il nostro Paese».

DUE VITTORIE PER TRUMP
Una sconfitta significativa, ma non è stata una giornata nera in toto: Trump ha ottenuto anche due vittorie. La prima riguarda la sentenza della Corte che ha confermato la legittimità delle leggi statali che vietano alle atlete transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili. «Grande Vittoria: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha appena emesso una sentenza contro la partecipazione degli uomini negli sport femminili. Wow! Questo mette fine a quella situazione ridicola», ha scritto The Donald su Truth.
Secondo quanto riportato da Nbc News, la sentenza ha respinto con una maggioranza di sei giudici conservatori contro tre liberali ricorsi di due studentesse transgender. Stabilendo che le restrizioni non violano né il quattordicesimo emendamento sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, né il “Title IX”, la normativa federale che proibisce la discriminazione sessuale nell’istruzione. A questo si aggiunge il fatto che la Corte abbia annullato – ancora una volta con una maggioranza conservatrice – i limiti alle spese che i partiti politici possono coordinare con i candidati al Congresso e alla presidenza.
Non è la prima volta che la Corte Suprema si trova a prendere decisioni su tematiche bollenti. Dalla schiavitù al dazi, dai matrimoni gay all’aborto. La Corte, secondo l’esperto di diritto della CNN Stephen Collison, è vista da tanti americani come deferente a Trump e ogni loro mossa viene presa mediante il prisma dell’ideologia. Non a caso il giudice capo Roberts si è formato tra lo staff della Casa Bianca di Reagan dove era cruciale la “Teoria dell’esecutivo unitario”. Secondo cui il presidente dovrebbe avere il controllo completo e diretto su tutta la macchina amministrativa degli USA.