Il Middle East Tour di Blinken tra Israele e Palestina

Nella notte tra l’1 e il 2 febbraio, Israele ha condotto una serie di attacchi aerei sul centro della Striscia di Gaza. L’esercito israeliano ha confermato l’azione, specificandone la natura: una risposta al lancio di alcuni missili palestinesi – neutralizzati – diretti contro Israele. 

I primi indizi dunque confermano il timore degli Stati Uniti: il viaggio compiuto nel Medio Oriente dal Segretario di Stato Antony Blinken non ha sbloccato una situazione sempre più tesa.

Cos’è il «Middle East Tour»

Dal 29 al 31 gennaio Blinken ha visitato Egitto, Israele e l’area palestinese del West Bank per tentare di discutere (e possibilmente risolvere) alcune questioni spinose. Tra queste, anche la guerra in Ucraina. L’obiettivo principe era garantire  la protezione dei diritti umani e dei valori democratici nel conflitto tra israeliani e palestinesi, come si legge dal comunicato ufficiale. Nell’incontro tra Blinken e il presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi, all’ordine del giorno erano soluzioni strategiche e diplomatiche per garantire la pace in quelle regioni. Una di queste è stata lo studio una posizione comune nelle elezioni libiche di quest’anno.

Di certo, il fulcro della visita risiedeva nel tentativo di ridurre le tensioni tra Israele e Palestina. «Fondamentalmente, la questione è nelle mani di israeliani e palestinesi. Dovranno lavorare insieme per trovare una strada che possa porre fine a queste continue violenze». Così il Segretario di Stato americano, durante una conferenza stampa a Gerusalemme, ha confermato il nulla di fatto della sua missione diplomatica. A questo, si è aggiunta una «profonda preoccupazione riguardo all’attuale andamento». Almeno quindici morti nell’ultima settimana, tra attacchi terroristici palestinesi e raid militari israeliani. Per ora, non sembra esserci spazio per la proposta americana della «two-state solution»: la creazione di un effettivo Stato palestinese. Un’idea respinta a gran voce dalla destra israeliana dell’attuale presidente Benjamin Netanyahu

L’incontro con il Presidente israeliano Netanyahu

Parlano in piedi davanti alla stampa, uno di fianco all’altro, come le bandiere americane e israeliane schierate alle loro spalle: il Segretario di Stato Antony Blinken e il Primo Ministro Netanyahu si sono incontrati il 30 gennaio a Gerusalemme. «Un legame indissolubile», una delle «grandi alleanze della storia moderna», così il premier descrive il rapporto tra le due democrazie, ma anche l’amicizia che lega i due uomini di potere. Un nemico comune, l’Iran, incolpato da Israele delle violenze interne ed esterne al Paese. Ma l’obiettivo più importante per Netanyahu resta impedire al Paese arabo l’acquisizione di armi nucleari. 

Alt Un momento dell'incontro tra Antony Blinken e Benjamin Netanyahu (fonte: CNN)
Un momento dell’incontro tra Antony Blinken e Benjamin Netanyahu (fonte: CNN)

Pochi giorni prima, alcuni droni avevano colpito la base militare di Isfahan, nell’Iran centrale. I funzionari statunitensi ritengono che Israele sia responsabile dell’offensiva, come riportato dalle principali testate americane. Nonostante Teheran abbia riportato che l’attacco non sia andato a buon fine, è interessante che l’obiettivo fosse la società Shahed Aviation Industries. La compagnia è specializzata nella produzione di aerei, in particolare gli UAV (Unmanned Aerial Vehicle, cioè velivoli senza pilota). Questi sono utilizzati nel Medio Oriente e dalle forze russe in Ucraina. Dunque, se da una parte Russia e Iran collaborano scambiandosi armi, dall’altra si rafforza l’intesa tra Stati Uniti e Israele, forse pronto ad allargare il cerchio di pace con la Palestina.

L’incontro con Blinken, e la stretta cooperazione tra il capo della CIA William Burns e il capo della Mossad (servizi segreti israeliani), hanno confermato l’appoggio americano. Anche il governo statunitense è d’accordo: niente armi nucleari per il presidente iraniano Ebrahim Raisi. Per quanto riguarda la crisi israelo-palestinese sembra dunque esserci uno spiraglio di luce, anche se Blinken stesso vede la soluzione nella realizzazione di due stati.

L’incontro con il Presidente palestinese Mahmoud Abbas

Antony Blinken, nella mattinata del 31 gennaio, è uscito dai confini israeliani, raggiungendo la città di Ramallah, nell’area del West Bank. Il dialogo con il presidente palestinese Mahmoud Abbas è iniziato subito con un’accusa del padrone di casa: «Affermiamo che il Governo di Israele è responsabile di ciò che sta accadendo in questi giorni. Vuole minare con le sue attività la two-state solution». Il dito, però, non è puntato solo contro i vicini. 

Alt L'incontro tra Antony Blinken e Mahmoud Abbas nella città di Ramallah (fonte: The Times of Israel)
L’incontro tra Antony Blinken e Mahmoud Abbas nella città di Ramallah (fonte: The Times of Israel)

Abbas ha criticato duramente anche l’atteggiamento troppo permissivo di altri Paesi e il mancato riconoscimento di uno stato palestinese da parte delle Nazioni Unite. «Israele è trascurato senza essere ritenuto responsabile (di ciò che fa) e continua le sue operazioni unilaterali, inclusi annessioni di terre, raid del territorio palestinese, crimini, demolizioni di case e violazioni della sacralità della moschea di Al Aqsa». La descrizione combacia con quella di una vera e propria «operazione di pulizia etnica e apartheid» che porta ad una «diminuzione della dignità dei palesinesi». E, secondo le parole di Abbas, le reazioni violente da parte del popolo del territorio di West Bank ne sono la diretta conseguenza.

La risposta di Blinken è stata pura diplomazia, in fondo c’era da aspettarselo. È interessante come il Segretario di Stato americano rimarchi l’impegno nella strategia della de-escalation, la riduzione dell’intensità dei conflitti che da decenni infiammano la Terra Santa. Tutto sommato, il suo discorso rimane un collage fatto con frasi di circostanza. La lotta per i pari diritti tra israeliani e palestinesi, gli sforzi monetari per migliorare la situazione. E ancora, la volontà di mantenere buoni rapporti con il governo di Abbas e la condanna di ogni atto violento compiuto da ambedue le parti.
Stupisce la presenza di una frase, che stona con tutto il resto: «Ciò che ora stiamo vedendo per i palestinesi è un orizzonte di speranza che si restringe, non che si allarga. E anche questo crediamo debba cambiare». Una piccola punta di umanità in un discorso altrimenti robotico

JCPOA: l’accordo nucleare iraniano

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo nucleare tra l’Iran e diverse potenze mondiali (P5+1), tra cui gli Stati Uniti, firmato nel luglio 2015 a Vienna. Il piano ha imposto restrizioni allo Stato arabo, come lo smantellamento di gran parte del suo programma nucleare, in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni dopo l’invasione dell’Iraq. L’idea era quella di porre dei limiti all’armamento iraniano, ma nel 2018 Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo aggravando lo stato del paese.

La cosa ha compiaciuto il Primo Ministro israeliano, contrario all’accordo poiché non abbastanza stringente. L’amministrazione Biden (vicina all’ideatore del piano Barack Obama) nel 2021 aveva annunciato un possibile passo indietro, ma al momento non si sa se si troverà un punto in comune tra le parti. 

L’Iran sta appoggiando la Russia nella guerra in Ucraina, fornendo droni kamikaze, missili e velivoli. Secondo gli Stati Uniti e l’Unione Europea questo viola la risoluzione 2231 adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza ONU e che approva il JCPOA. Secondo tale atto, i paesi non possono trasferire o ricevere dall’Iran missili balistici e droni con una gittata superiore a 300 km e un carico utile superiore a 500 kg fino all’ottobre 2023. Se l’ONU confermasse la violazione, la Russia si troverebbe in una posizione assai contraddittoria: un membro permanente del Consiglio che continua a negare l’utilizzo di droni iraniani.

 

 

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