La nazionalizzazione e il fantasma dell’Iri

Il crollo del ponte Morandi, il 14 agosto del 2018 ha portato con sé il dramma delle vittime ma anche la polemica sulla gestione. Sul tavolo di discussione era spuntata quindi l’ipotesi di un ritorno al massiccio intervento della mano pubblica. Il tavolo di crisi dell’Ex Ilva, con ArcelorMittal che vuole mettere alla porta 4700 dipendenti, ha messo tutto ulteriormente in discussione, tanto che Roberto Speranza, ministro della Salute del M5S, ha definito la nazionalizzazione «un’idea ragionevole, non folle». Per alcuni rimettere l’industria metallurgica in mano allo Stato pare l’unica soluzione per coniugare l’investimento ambientale e la produzione d’acciaio, conservando posti di lavoro. Il 2 dicembre, infatti sono stati sbloccati 400 milioni di prestito ponte in favore di Alitalia. Un aiuto dettato dal desiderio di non passare alla storia come il governo che ha liquidato la compagnia aerea di bandiera.

Sembra che il velo di tabù che era calato sul tema della nazionalizzazione sia stato tolto. Il 27 novembre Maurizio Landini, segretario della CGIL, aveva auspicato l’istituzione di «un’agenzia per lo sviluppo, una sorta di nuova Iri», l’Istituto di ricostruzione industriale, e spera nell’intervento dello Stato nell’ex Ilva. A rievocare il fantasma dell’Iri è stato anche Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo Economico, che ha scritto su Facebook: «il sistema Paese ha delle priorità industriali da proteggere, non possiamo pensare che il mercato risolva tutti i problemi».  Per Francesco Paolo Sisto, deputato di Forza Italia, però, pensare all’Iri è fare un tuffo nel passato, tornando a circa a 40 anni fa, «una strada già battuta che ha dato vita solo a sprechi e pessime gestioni di cui ancora oggi paghiamo il prezzo»Secondo alcuni analisti sarebbe addirittura la sconfitta di Andreotti, Carli e Draghi, che volevano liberare l’economia italiana dalla commistione politica, la sconfitta del capitalismo italiano e delle privatizzazioni.

Ma cosa è l’Iri?

L’Istituto per la Ricostruzione industriale nasce il 24 gennaio 1933, in piena epoca fascista, dal bisogno di ricostruire un tessuto industriale disastrato dalle crisi ricorrenti. L’Italia era uscita dalla prima guerra mondiale in una situazione disastrosa e la crisi aveva portato al bisogno di continui salvataggi bancari e industriali. Il crollo delle borse di Wall Street del 1929 non aiutò. L’Iri fu introdotta in questo contesto per porre fine ai continui salvataggi statali. Il suo scopo, quindi, era di risanare le banche e riorganizzarne la loro partecipazioni nelle imprese. Sembra che Mussolini abbia quindi avuto un’intuizione lungimirante, visto la durata dell’Iri -70 anni- e l’importanza che ha avuto. In realtà fu una scelta obbligata, dato che il grande capitalismo italiano non era stato all’altezza delle crisi, dimostrando incapacità di autonomia imprenditoriale.

Il primo Presidente dell’Iri fu Alberto Beneduce, che già con gli statisti Giovanni Giolitti e Francesco Nitti, aveva sostenuto l’importanza dello sviluppo economico e sociale del paese. Ma quello che inizialmente era stato pensato come un ente temporaneo, funzionale a risolvere la crisi del momento, dopo qualche anno divenne permanente. Finita la seconda guerra mondiale, molti enti di matrice mussoliniana furono smantellati. L’Iri rimase perché necessaria.

Di cosa si occupava

Dalla Finsiderla società che operava nel settore siderurgico che comprendeva l’Ilva, delle Acciaierie di Cornigliano, della Terni e della Dalmine – alla Rai, erano moltissimi i campi in cui l’Iri aveva competenza. Ma anche Autostrade e Alitalia. E poi Finelettrica (società finanziaria statale nel settore di energia elettrica), la STET (settore delle telecomunicazioni), Finmeccanica, Fincantieri, Finmare, ancora Settore alimentare, chimico e automobilistico. L’Iri abbracciava quasi tutto lo scibile industriale e finanziario italiano tanto da essere ricordata con grande orgoglio. Rappresentava infatti lo strumento con cui il nostro Paese avrebbe dovuto accelerare, raggiungere i grandi paesi industrializzati e sanare il ritardo strutturale del dopoguerra.

Anno dopo anno effettivamente l’Iri divenne un colosso. Erano centinaia le società partecipate, 600 mila i dipendenti. Negli anni 60 l’ente era efficientissimo tanto che la «Formula Iri» o «formula per il progresso» venne imitata in alcuni paesi d’Europa, poiché proponeva non una semplice nazionalizzazione ma una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

Per molti analisti permane il dubbio se l’Iri abbia guidato il miracolo economico o abbia solo saputo cavalcare la sua fortunata onda. In ogni caso è stato il pilastro della rinascita e del boom, dando prova di rara efficienza italiana. Sotto la dirigenza di Fedele Cova, infatti, Autostrade costruì la A1 in soli cinque anni. L’Autostrada del Sole venne realizzata dal 1958 al 1962, con un ritmo di 96 km ogni anno.

La crisi

L’ente andò in crisi quando la politica entrò a gamba tesa nella sua gestione. Nel 1956 venne creato un ministero ad hoc, il ministero delle partecipazioni statali, per controllarne gli investimenti.  Per anni e decenni l’Iri divenne strumento di politiche industriali che condussero a oneri impropri. Lo Stato si fece carico di costi e di investimenti per niente economici per il Paese. Furono molti i disastrosi salvataggi a imprese private, imposti dalla politica all’Iri. Alcuni esempi furono i salvataggi di Motta, Alemagna e della fallimentare catena d’alberghi Parabola d’Oro.

Manovra economica dopo manovra economica, salvataggio dopo salvataggio, l’Iri accumulò un debito ingentissimo. Paolo Bricco, inviato del Sole 24 Ore e specialista in politiche industriali, ha stimato in 120 mila miliardi di vecchie lire il costo che ha avuto per le tasche dei contribuenti.

La svendita delle società

Durante gli anni ’80 si prova a porre rimedio a una gestione dannosa. Si dà inizio a una ristrutturazione dell’Iri, quello a cui si arriva però è una cessione di molte aziende del gruppo, tra cui l’Alfa Romeo. Ma è con il 1992 che iniziano le grandi svalutazioni. Si scrive privatizzazione, si legge svendita.

Italgel, azienda di surgelati, viene venduta alla Nestlé per 680 miliardi di lire, mentre il suo valore era di 750. Il gruppo Benetton si aggiudica per 470 miliardi GS Autogrill, per poi rivenderlo a Carrefour GS per 10 volte tanto. Vengono venduti i palazzi della STET a prezzi irrisori. Lo Stato vende il 60% del Banco di Napoli per 32 milioni di euro al gruppo BNL, ma dopo qualche anno viene rivenduto – sebbene risanato – a 1000 milioni di euro. E ancora la privatizzazione totale di Telecom e quella parziale di Eni e Enel. Poi il gruppo Benetton ingloba tutta Autostrade, un acquisto fruttuosissimo, visto che gli farà godere di ottime entrate con i pedaggi.

L’Iri, in crisi totale, chiude nel 2002.

L’Istituto per la ricostruzione industriale divide i pensieri

Tante sono state le contestazioni rivolte all’Istituto di ricostruzione industriale, sia prima della chiusura che dopo. Per anni infatti parlare di nazionalizzazione è stato inconcepibile. Oltre agli sprechi è stato contestato l’uso omnibus dell’Iri. Alberto Predieri, liquidatore dell’Efim, si espresse così: «Non hanno senso i gruppi in cui si fa tutto, dalle ostriche in scatola ai carri armati», riferendosi alla vocazione totalizzante che aveva l’Istituto.

«Ora c’è l’immagine del carrozzone di Stato dispendioso e fallimentare» – spiega il professore di Storia Contemporanea alla Iulm, Guido Formigoni. «Ma in realtà non si può dimenticare che l’Iri è stato lo strumento fondamentale dello sviluppo economico italiano».

Senza lo strumento cruciale quale è stato l’investimento pubblico, l’Italia avrebbe avuto difficoltà a competere. «Perché il capitalismo italiano era stato legato a un’idea di continuità tradizionale, non certo di grande crescita. Le varie finanziarie di cui era costituito erano ispirate a criteri di efficienza e di innovazione industriale che fu allora cruciale per il Paese».

Si può pensare a una nuova Iri?

Dopo anni di digiuno dal tema della nazionalizzazione, però, l’Iri, o il suo fantasma, spunta fuori. Molti paventano gli sprechi passati e altri accarezzano l’idea di una sua nuova introduzione. L’Iri è da evitare o la possiamo ripensare?

Le parole del professor Formigoni ci vengono in aiuto.

«Siamo reduci da 30 anni in cui si è diffusa un’ideologia antistatalista che ha predicato le liberalizzazioni, la libera concorrenza e il sospetto verso la ripresa di un possibile ruolo da parte dello stato». Nonostante il tema sia scottante per la politica italiana, «in tanti Paesi del mondo la politica industriale si è andata avanti a farla, proteggendo magari alcune imprese nazionali o finanziando, con denaro pubblico, esperimenti di ricerca che hanno trovato impiego nell’industria privata. Quindi gli investimenti pubblici non devono essere associati per forza a sprechi, se c’è dietro una buona managerialità. Sicuramente deve essere diversa dal passato», continua il professore. Dopo la crisi del lo 2007-2008 l’ipotesi dello Stato a supporto delle imprese è legittimo da proporre», conclude Formigoni. «Uno Stato a supplenza del capitalismo privato, ormai in difficoltà. La nazionalizzazione non deve essere più un tabú.»

Federica Ulivieri

Nasce sulla costa Toscana e si laurea magistrale in Storia Contemporanea a Pisa. Vola nelle lande desolate dello Yorkshire, dove inizia a occuparsi di traduzione. Un inverno troppo rigido la fa tornare in Italia, un po' pentita di averla lasciata. Le piace scrivere di esteri, con una predilezione per l'Africa. Fa teatro da 15 anni, una passione che le permette di esprimersi e di coltivare l'altro settore di cui adora molto scrivere, quello della cultura.

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