Borse in picchiata in tutta Europa e prezzo del petrolio ai minimi dal ‘91

Il coronavirus contagia Piazza Affari che oggi, lunedì 9 marzo, stenta a ripartire. Alle 9.30 di questa mattina l’indice Ftse Mib ha segnato un calo dello 0,09% a 20.780 punti, con quasi tutti i titoli del listino principale che non sono riusciti a fare prezzo. Il dato peggiore per i petroliferi Saipem ed Eni, che hanno segnato rispettivamente cali del 29 e 21%. Dato che un paio d’ore dopo si è assestato rispettivamente a -19% e -16%. Lo spread Btp Bund – ovvero, la differenza di rendimento decennale tra i titoli di stato italiani e tedeschi – è volato a 210 punti.

Il crollo delle borse è tuttavia generalizzato in tutta Europa, con Francoforte che cede il 7,38%, con il Dax a 10.690 punti. Londra perde l’8,54% con il Tfse 100 a 5.910 punti. Madrid è a -5,87% con l’Ibex a 7.884 punti.

LO ZAMPINO DEL CALO DEL PREZZO DELL’ORO NERO

Hanno influito certamente le misure precauzionali contro il covid-19, che limitano spostamenti e attività nell’Eurozona, sebbene la fetta più grande della responsabilità dell’andamento negativo delle borse è da ascrivere al drastico crollo del prezzo del petrolio. Un ribassamento del 30%, la punta più bassa dalla Prima guerra del Golfo, nel 1991. Il prezzo al barile è sceso da 40 dollari a poco più di 30.

Con una domanda di petrolio molto bassa – dovuta anche all’epidemia di covid-19 -, la decisione dell’Arabia Saudita di aumentare la sua produzione di barili al giorno ha prodotto un calo dei prezzi. La mossa dei sauditi giunge in seguito al fallimento di una trattativa intavolata con la Russia. I membri dell’OPEC – l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio – avevano proposto la proroga di una riduzione concordata della produzione oltre il mese di marzo. Sulla decisione ha inciso il calo della domanda da parte, tra gli altri, della Cina – uno dei Paesi tra i maggiori consumatori. Il no di Putin si giustifica nel timore di agevolare, in questo modo, i produttori americani.

Secondo gli analisti, le ripercussioni più forti saranno subite dalle compagnie compagine petrolifere – basta guardare al rendimento dell’Eni oggi in borsa – e dai Paesi che si sostentano con l’esportazione del cosiddetto oro nero come Iraq, Iran, Nigeria.

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